23 marzo 1919, nascono i Fasci di combattimento. Una data da dimenticare? (III Parte)

I fasci di combattimento  La nascita nel Cilento

 Parte Terza

Nel ’23, a Vallo, la sezione dei Fasci di combattimento ha circa 200 iscritti. Vi compaiono i nomi più in vista delle famiglie locali. A notabili e professionisti si affiancano esponenti di altri ceti.

Il primo segretario politico è l’ing. Enrico Rubino di Angellara, figlio di Armido, uno dei notabili più importanti del territorio, più volte consigliere comunale di Vallo e consigliere provinciale in carica. Nel direttorio siedono l’avv. Pasquale Lebano, che comanda gli squadristi locali; il prof. Giovanni Bianchi, direttore didattico e che negli anni Trenta sarà segretario politico della sezione e componente del direttorio provinciale della Federazione dei Fasci; Domenico Favilla, cancelliere del tribunale. Sono tre ex combattenti della Grande guerra, congedatisi col grado di tenente. In quel direttorio vi sono anche gli artigiani Giuseppe Senatore e Giovanni di Gregorio, ed il tipografo Mario Tafuri, a segnalare l’interclassismo che caratterizza i Fasci, soprattutto in questo periodo. 

Aderiscono alla sezione anche Andrea Castellano, segretario comunale di Vallo, e il dott. Giuseppe Passarelli, che è uno dei due medici condotti del comune e che dal ’24 al ’30 sarà segretario politico della sezione e nel ’26 farà parte del direttorio della federazione fascista.

Il Fascio vallese si adopera per incrementare la diffusione delle sezioni del partito nel Circondario. Il 21 gennaio del ’23, i tenenti Lebano e Favilla, al comando dei militanti vallesi riuniti nella squadra “la Fedelissima”, partecipano alla “festa fascista” che si tiene a Campora per la consegna del gagliardetto alla nascente sezione del partito. Nel paese ci sono due squadre, la “Superba” e la “Nazario Sauro”. Lebano arringa la folla, ne suscita l’entusiasmo, la induce ad iscriversi. Sono presenti anche le squadre di Stio – “Lupo” – e di Laurino – la “Disperata”, quest’ultima con la sua fanfara che gira per le strade del paese al suono e al canto di Giovinezza, assurto già a “inno fascista”.

Il mese seguente, il 4, la squadra di Vallo è a Ceraso, dove la sezione è nata a inizio anno e ha bisogno di ingrandirsi. Gli squadristi sono guidati dal tenente Bianchi e a parlare è il segretario politico Rubino. Il clima è di entusiasmo e di festa.

Una settimana dopo, la stessa scena si ripresenta a Cannalonga. Anche qui la neosezione cerca di rinvigorirsi e la sfilata dei militanti vallesi de “la Fedelissima” contribuisce allo scopo. Lebano e Bianchi, anche in questa occasione, guidano la sortita del Fascio di cui sono dirigenti.

Con un militarismo che sa più di festa paesana e un’adesione più emotiva che politica, il fascismo si diffonde e prende piede, ma la sua consistenza è diretta proporzione del radicamento del consenso nei singoli. Le sfilate paramilitari, l’entusiasmo dei giovani, spesso ex combattenti, l’evocazione della guerra vinta e della patria risorta sembrano funzionare, e a uno sguardo superficiale funzionano, per la creazione di una prima forma di consenso al fascismo. La sua portata, però, non può essere sopravvalutata, perché rimane il fatto che, in un ambiente in cui l’ideologia non fa presa, quel consenso si dirige al partito di governo, come nella tradizione locale. La differenza rispetto al passato è che, quello fascista, è un governo presentatosi, e inteso, come salvatore della patria e restauratore dei diritti nazionali offesi dalla “vittoria mutilata”.

Le sezioni del partito dei tre paesi visitati dagli squadristi di Vallo aumentano i loro iscritti, ma i numeri del ’23 non parlano certo di un’adesione di massa. A Campora, su 1274 abitanti, 88 sono iscritti al partito; a Ceraso, su 2504, gli aderenti sono 60; a Cannalonga, i dati sono, rispettivamente, 838 e 37.

Ancora nel ’23, il fascismo locale, che è un misto di nazionalismo e combattentismo, festeggia alcune date che stanno imponendosi come appuntamenti importanti nel nuovo calendario politico e patriottico fascista. Il 21 aprile, retoricamente chiamato “Natale di Roma” ma che serve in sostanza al fascismo per contrapporre una propria festa, fino a sostituirla, al 1° maggio operaio; il 28 ottobre, anniversario della “marcia su Roma”, che porta il fascismo al governo e simboleggia la conquista della città eterna compiuta dal partito rinnovatore, evento mitizzato dagli stessi fascisti.

In entrambe le occasioni, a Vallo sono presenti e sfilano reparti di carabinieri, di militari e squadre della milizia nazionale accorse da vari paesi del circondario. Sia le autorità militari che quelle fasciste passano in rassegna i reparti. La musica suona l’Inno reale e Giovinezza, in un clima di commistione tra la nazione guidata dal Re e il fascismo guidato dal duce, che presto diventeranno – ma per molti lo sono già – una cosa sola: la “nazione fascista”.

La grande guerra

Ci sono altre due date importanti in quel lontano ’23: il 24 maggio e il 4 novembre. Sono i giorni dell’entrata in guerra dell’Italia (1915) e della vittoria di quello stesso conflitto (1918). Due date che racchiudono la guerra patriottica italiana e che, naturalmente, il fascismo ha fatto proprie.

Il Fascio vallese commemora i due eventi insieme alle sezioni locali dell’Associazione dei combattenti e dell’Associazione dei mutilati e invalidi di guerra, la prima presieduta dall’avv. Tommaso Cobellis, la seconda dall’avv. Pasquale Pinto. Milizia nazionale, combattenti e mutilati sfilano uniti, per il momento il mondo dei reduci è sodale col fascismo che ne accoglie le richieste e ne condivide i valori. L’unione è basata su quella “religione della patria” uscita rinforzata dalla guerra vittoriosa. Presto – già alle elezioni del ’24 – il fascismo interpreterà, però, quella “religione” a modo suo, imponendo le sue regole e la sua forza e riducendo al silenzio le velleità di autonomia del mondo combattentistico.

La vittoria del “listone” fascista a marzo ’24 e, soprattutto, l’eccidio di Matteotti e le sue conseguenze segnano una svolta per il governo fascista. Tra lasciare il potere e la dittatura, Mussolini non ha dubbi: sceglie quest’ultima.

In ambito locale, i notabili che non l’hanno già fatto cominceranno a indossare la camicia nera; le altre classi sociali, tra entusiasmi e indolenze, si adegueranno seguendo la retorica della mitologia fascista e, soprattutto, il mito del duce. Anzi, del DVCE.

Ci vorrà la guerra in casa per far crollare tutto, anche la fiducia in quello che a molti era apparso davvero “l’uomo della Provvidenza”.

                                                                                                                                                                       Fine

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Author: manlio morra

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