Un sogno mai realizzato: la Scuola di “arti e mestieri” a Vallo

Un sogno mai realizzato: la Scuola di “arti e mestieri” a Vallo

Quello che vedete raffigurato nelle foto è il progetto redatto dall’architetto Carmine Trotta nel 1952 per la realizzazione della scuola professionale (o di “arti e mestieri”) a Vallo, compresi i padiglioni per le esercitazioni pratiche.

L’incarico gli era stato conferito dal consiglio d’amministrazione degli Istituti riuniti “Padre Donato Pinto” e “S. Caterina” e rientrava nel programma di espansione della propria attività educativa messo in campo, soprattutto, dal suo presidente, il can. Alfredo Pinto.

 

Prospetto della Scuola professionale con padiglioni e officine per le esercitazioni

Dopo aver impiantato gli asili a Vallo, a Sapri, ad Ogliastro e a Montano, aperto l’orfanotrofio e l’educandato femminili a Vallo, istituito il corso completo delle scuole elementari e quello della scuola magistrale sempre a Vallo, l’ente guidato dall’arcidiacono Pinto intendeva aprire anche un orfanotrofio maschile – da ospitare nell’edificio del monastero di “S. Caterina” – e una “scuola di arti e mestieri” – da far funzionare nelle strutture appositamente progettate. Queste due ultime realizzazioni erano legate l’una all’altra, perché la scuola doveva costituire lo strumento formativo dei ragazzi ospitati nell’orfanotrofio, pur non essendo aperta solo a loro.

Dalla planimetria, può facilmente evincersi dove l’ente intendesse erigere le strutture da adibire a istituto professionale. Si trattava del cosiddetto “giardino di S. Caterina”, cioè del terreno adiacente il monastero e di quello che si estendeva a valle della Statale 18 (ex via Garibaldi, oggi via B. Oricchio). Terreni dove oggi ci sono, rispettivamente, il parcheggio della Guardia di Finanza (e fino a pochi anni fa, il campetto di calcio che ha visto tanti di noi crescere e giocare) e i palazzi del “rione Periotti”, tra i primi edificati a Vallo nel secondo dopoguerra (anni ’60).

Planimetria dei luoghi interessati dal progetto di erezione della nuova scuola

In particolare, nel primo spazio, il progetto prevedeva la costruzione di un padiglione di due piani in cui collocare le aule della scuola e le officine per gli allievi falegnami, fabbri e meccanici; nel secondo, la realizzazione di un padiglione più piccolo, e in parte scoperto, da adibire ad officina per le esercitazioni degli allievi muratori.

Queste erano, infatti, le specializzazioni previste per la scuola, alle quali si aggiungeva anche quella “agraria”, che richiedeva però un “campo sperimentale” da impiantare altrove.

L’architetto aveva sviluppato il progetto sulla base di quelle che si riteneva essere le richieste locali, cioè prevedendo un afflusso al nuovo istituto oscillante tra gli 80 e i 130 allievi. Calcoli basati anche sul numero degli studenti licenziati in quegli anni dalle locali “scuole di avviamento” e che, nel nuovo istituto, avrebbero potuto trovare un naturale sbocco professionalizzante.

 

Prospetto principale della Scuola professionale

Prospetto laterale (a) della Scuola

Prospetto laterale (b) della Scuola

 

 

L’importanza di quella realizzazione è del tutto evidente. Da un lato, mirava a rispondere alle esigenze lavorative del territorio, dall’altro, a migliorare l’offerta formativa di Vallo. In quegli anni, la nostra cittadina permetteva a chi aveva completato le elementari di iscriversi solo alla scuola di avviamento (priva di ulteriori sbocchi) o alla scuola media che apriva, invece, alla frequenza del liceo-ginnasio “Parmenide” o a quella del magistrale “Marconi”.

Ma la scuola ideata all’inizio degli anni Cinquanta, con le sue nuove strutture, non vedrà mai la luce. L’impegno finanziario occorrente superava i 37 milioni di lire, ben al di sopra della capacità di spesa degli “Istituti riuniti”. Per anni il can. Pinto, e il suo successore alla presidenza dell’ente, cercheranno di trovare i necessari finanziamenti coinvolgendo varie istituzioni pubbliche senza riuscire nell’impresa. In particolare, don Alfredo si rivolge ai ministeri del lavoro e dei lavori pubblici, a quello dell’istruzione, al provveditore alle opere pubbliche di Napoli, a quello agli studi di Salerno, al consorzio provinciale dell’istruzione tecnica, persino alla Cassa del Mezzogiorno appena istituita. Cerca di far inserire quel finanziamento nei piani governativi che in quel periodo prevedevano l’incremento dell’istruzione professionale. Ma tutti i tentativi vanno a vuoto per mancanza di risorse e di adeguate conoscenze.

Il bel progetto fatto redigere con tanto entusiasmo all’inizio del decennio e presentato in varie sedi istituzionali resta sulla carta. Si tratta di uno dei pochi insuccessi del tenace can. Pinto. La formazione professionale arriverà a Vallo solo anni dopo e non con le specializzazioni previste nel programma di sviluppo dell’ente vallese.




SAN PANTALEONE A VALLO. FEDE, CULTURA, TRADIZIONE

Perdonateci, ma siamo vallesi! E – come ogni vallese che si rispetti – a luglio, non possiamo non pensare a San Pantaleone e alla festa con cui il paese onora il suo martire protettore.

Sempre in bilico tra folklore e fede, tra esteriorità chiassosa e intimità silenziosa, le manifestazioni che a Vallo animano il 27 luglio e i giorni vicini sono espressione della storia e della tradizione locale. Al riguardo, qualcuno userebbe l’abusata e abbastanza indefinita locuzione “genius loci” per indicare lo spirito della comunità che nel tempo ha dato luogo a questa forma particolare di culto, di sentimento popolare, di clima sociale, insomma a tutto ciò che fa avvertire, anche al più laico dei vallesi, l’esistenza di quella sottile “linea rossa” che lo lega alle sue radici; linea che può anche divenire invisibile nel corso dell’anno, fino a sparire del tutto, ma che immancabilmente ricompare all’approssimarsi di quei giorni di fine luglio.

Se vi è capitato qualche volta di non essere a Vallo il 27, potete capire cosa intendo dire. Scommetto che non siete riusciti – anche solo per un attimo – a non pensare alla festa. Ecco, quel pensiero è il legame, quella linea – “rossa” come il sangue del martire – che vive dentro e non si può cancellare.

Se la nostra festa – soprattutto nelle forme che esprimono il modo in cui si manifesta la pietà popolare – ha sempre pagato il suo debito al variare dei tempi storici e del clima culturale, possiamo dire che ha conservato in gran parte il suo nucleo di fede e devozione, pur con l’attenuarsi del sentimento religioso nella società contemporanea.

Quel nucleo – lo sappiamo tutti – è particolarmente in evidenza nella grande processione del 27, quando tutti i culti locali – quelli ancora vivi e quelli da tempo scomparsi – si ripresentano alla sensibilità di ogni vallese, ricordandogli ciò che è la sua fede, ciò che è stata quella dei suoi padri, ciò che potrà ancora essere quella dei suoi figli.

Il lungo elenco dei santi rappresenta quasi l’intero calendario cristiano, che per l’occasione si fonde in un unico sentimento religioso. L’evento liturgico della processione simboleggia il cammino che i “Santi di Dio” compiono per evangelizzare ancora il cuore di ognuno e il continuo peregrinare della stessa comunità sulle strade difficile della quotidianità. È una strana simbiosi tra Santi “già fatti” e noi, Santi “in formazione”, in quanto fedeli di quell’unico Cristo che tutti ci lega.

Di seguito, presentiamo alcune delle tante statue che anche quest’anno vedremo in processione. Sono solo alcune delle più significative per antichità, valore artistico, bellezza. Siamo pienamente consapevoli che ogni effigie, anche quelle non presenti nella nostra rassegna, abbia il suo valore estetico e la sua pregnanza storico-culturale. Il nostro è solo un invito a venire a vedere, un assaggio del bello e del santo in scena per le vie di Vallo in quei giorni.

Tra le più antiche e di pregevole fattura c’è quella di S. Domenico, che ci ricorda la lunga presenza – a partire dal XVI secolo – dei Domenicani in paese nel convento annesso alla chiesa di S. Maria delle Grazie; cui si aggiunge la statua di S. Alfonso de’ Liguori, culto portato dai “Liguorini”, l’ordine da lui fondato, che nella prima metà dell’Ottocento occuparono lo stesso convento.

San Domenico

San Domenico

Particolare

Particolare

Particolare

 

Particolare

Sant’ Alfonso

E poi, San Vincenzo Ferrer (o Ferreri), un domenicano, rappresentato nella sua classica raffigurazione di “angelo dell’Apocalisse”, per i suoi scritti escatologici al tempo del Grande Scisma d’Occidente (prima metà del XV secolo); e San Nicola di Mira (o di Bari), la cui presenza rimanda all’antico culto nello storico rione vallese di Spio. Mentre quest’ultimo è ancora commemorato il 6 dicembre con una bella e sentita festa che si sviluppa attorno alla sua cappella, la festa del primo – che un tempo si teneva il 5 aprile con una certa solennità caratterizzata anche dalla processione – è ormai scomparsa pure dalla memoria locale.

 

San Vincenzo

San Vincenzo

 

San Nicola

La grande e solida statua di San Francesco Saverio (Francisco de Jassu y Xavier), missionario gesuita e tra i primi compagni di S. Ignazio di Loyola, ci ricorda – con quel suo crocifisso in evidenza – l’importanza della missione e la presenza per vari decenni (dagli anni Trenta agli anni Sessanta del Novecento) a Massa dei padri saveriani dell’Istituto delle missioni estere.

San Francesco Saverio

San Francesco Saverio

San Francesco Saverio

 

San Francesco Saverio

La statua di San Cataldo, monaco irlandese e vescovo di Taranto, rimanda al culto introdotto in diocesi nel XVII secolo dagli Zattara, marchesi di Novi, e ancora oggi presente a Pattano.

San Cataldo

 

San Cataldo

San Cataldo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non mancano altre splendide rappresentazioni a mezzo busto, come quelle di San Giuseppe, “sposo di Maria”, San Gaetano da Thiene, fondatore dei Teatini e San Filippo.

San Giuseppe

 

San Gaetano

San Filippo

San Filippo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiudiamo la nostra rapida galleria con due delle statue collocate nelle nicchie della navata della cattedrale: Sant’Aniello e San Michele Arcangelo, uno dei due arcangeli che, in genere, chiudono la processione (quanto all’altro, lascio a voi indovinare).

 

Sant’ Aniello

San Michele Arcangelo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Particolare

Ah, quasi dimenticavo il patrono! Ecco la sua bella statua, per noi vallesi un’icona suggestiva, carica di memorie personali, familiari e comunitarie, fonte di emozioni, capace di commuovere fino alle lacrime e di suscitare un’indescrivibile gioia. Per tutti, tramite visibile verso la fede in quel Gesù per il quale il martire Pantaleone offrì il suo giovane sangue.

San Pantaleone

San Pantaleone
San Pantaleone

San Pantaleone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Pantaleone

 

San Pantaleone (trono 1999)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Pantaleone (trono 1999)

 

 

E con questo chiudiamo, augurando buona festa (e processione) a tutti!

(Tutte le foto sono di Antonio Milano)




Pubblicità e shopping d’altri tempi a Vallo

Pubblicità e shopping d’altri tempi a Vallo

Stavolta ci divertiamo dando uno sguardo a un aspetto particolare del nostro passato. Tutti sappiamo che Vallo è un piccolo centro commerciale, dove si vende e si compra un po’ di tutto. Non è solo il mercato domenicale – di antichissima tradizione – a caratterizzarlo, ma anche la presenza di attività commerciali di ogni genere che si occupano di una vasta gamma merceologica.

Se hai bisogno di un vestito o di un paio di scarpe, di un libro o di un quaderno, ma anche di un bottone e del filo per cucirlo, di uno spago o del pane casereccio, magari di quello senza glutine o di quello che segue l’ultima moda alimentare, stai sicuro che a Vallo c’è qualcuno che te lo vende, se non subito, appena le condizioni commerciali lo permettono.

Questo aspetto della nostra cittadina, che si osserva facilmente passeggiando per le sue strade o facendo il più moderno “shopping”, ha radici antiche. I commercianti vallesi costituiscono storicamente uno dei gruppi sociali più attivi e numerosi, che hanno fatto la fortuna del paese, almeno rispetto al territorio circostante.

Man mano che veniva meno la lavorazione delle pelli e la produzione dei cuoi (XVII e XVIII secolo), che era stata a lunga l’attività principale, e, nel corso dell’Ottocento, Vallo diveniva una cittadina borghese, si faceva strada il commercio al servizio soprattutto del crescente ceto medio formato da impiegati, funzionari, professionisti.

Lo sguardo sul passato che vi invitiamo a dare riguarda proprio le attività – anche artigianali – presenti in paese circa un secolo fa. Nel corso degli anni Venti del Novecento, aprono o continuano ad operare diversi empori, magazzini, rivendite, alcune delle quali hanno nomi noti che suonano ancora familiari.

Partiamo!

Forse qualcuno ricorda i negozi di “coloniali”. Vendevano prodotti “esotici”, in genere alimentari – caffè, spezie, ecc. – ma non solo. Leggete cosa offrivano Luigi Schiavo e Andrea Turco a Vallo nella prima metà di quel decennio.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’emporio più famoso era probabilmente questo che segue. Quasi una galleria d’arte, forse di modernariato diremmo oggi, a leggere il catalogo dei prodotti in vendita.

Anche quello dei mobili era un settore presente in paese. Si trattava di un’attività, in genere, a metà tra la vendita e l’artigianato. I Turco, ad esempio, i mobili, oltre a venderli, li fabbricavano o li riparavano sistemandoli ad arte o con arte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sembra essere, invece, più un’esposizione per la vendita quella che Ametrano faceva in corso Umberto con una tecnica di marketing più avanzata, capace di coniare anche degli slogan rivolti alle giovani coppie.

Ancora tra commercio e artigianato si collocano diverse attività legate al vestiario. Tra chi vendeva tessuti o vestiti già pronti e chi confezionava abiti di varia fattura e tendenza, sembra esserci nella Vallo dei “ruggenti anni Venti” una divisione dei ruoli e del lavoro. Leggete un po’ qui!

 

 

 

 

 

 

Ma forse l’attività artigianale più rilevante in paese era la sartoria. Sembra di essere a Napoli per il numero dei sarti che si fanno pubblicità. E, in effetti, qualcuno aveva davvero studiato a Napoli. La concorrenza è notevole, tutti promettono “eleganza”, “comodità”, “gusto” e rispetto della “moda”. C’è persino chi è esperto di “sartoria americana”!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono anche negozi specializzati in settori particolari come queste “cappellerie” che pubblicizzano prodotti delle più diverse marche, alcune – se leggete attentamente – ancora esistenti e di grande richiamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicità più intrigante è questa. L’acronimo EVA sembra ammiccare ad esperienze peccaminose, anche se è solo il nome e il luogo di chi produce liquori “misteriosi” d’altri tempi. Al sapore di quel “Ferro China Veneri” potremmo anche arrivarci, ma chissà quale era quello del liquore “Monte Gelbison”?! Forse qualcuno che l’ha assaggiato potrebbe dircelo!

La distilleria EVA era davvero all’avanguardia per capacità di pubblicizzarsi. I suoi slogan sembrano richiamare il moderno refrain de “l’uomo che non deve chiedere mai!”. Forse, a noi oggi i prodotti Veneri danno l’idea di intrugli di alchimisti, ma la ditta aveva partecipato all’expo di Parigi del 1913… non quella universale ma di settore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiudiamo, infine, con due settori particolari: quello dei carburanti e delle banche. Direte: “Ma che c’azzeccano?” E invece ci sembra che queste pubblicità mettano in evidenza, da un lato, che in zona sono arrivate le prime auto e i primi mezzi meccanici, dall’altro, che, a suo modo, Vallo è anche una piccola “piazza finanziaria”, anche se il credito è rivolto essenzialmente al mondo agricolo.

Il 6 marzo del 1922 è impiantata a Vallo una succursale del “Credito Meridionale”, banca espressione del mondo cattolico e che ha recapiti in diversi paesi cilentani convergenti sulla succursale locale.

A farle concorrenza, la filiale della torinese Banca agricola italiana, aperta negli stessi anni.

Alla fine, chiudiamo – stavolta, davvero – con i fuochi artificiali. La ditta del cav. Senatore produceva e utilizzava materiale pirotecnico ed era in grado – senza modestia alcuna e in pieno spirito commerciale – di “soddisfare qualsiasi richiesta”. Evidentemente, spari e batterie varie appartenevano ormai da tempo alla tradizione delle feste locali.

È inutile aggiungere che ogni riferimento a fatti e persone reali in questo articolo non è puramente casuale. Insomma, se qualcuno ha riconosciuto parenti, amici, conoscenti, la cosa è voluta! E magari, se ha piacere, ce l’ho faccia sapere, scrivendoci.




Tesori sconosciuti di Vallo: la chiesa di Santa Caterina

Tesori sconosciuti di Vallo: la chiesa di Santa Caterina

Il 2 ottobre del 1949 viene riaperta al pubblico la chiesa di S. Caterina d’Alessandria sita nell’antico omonimo monastero di Vallo (per le vicende di questo “conservatorio” rimandiamo all’articolo dello scorso dicembre).

La cerimonia della nuova benedizione del luogo di culto è compiuta dal vescovo diocesano mons. Domenico Savarese. La cappella era chiusa da circa sei anni, fin da quel 1943 in cui, in seguito al bombardamento di Vallo, le sue già cattive condizioni strutturali si erano ulteriormente aggravate con l’apertura di crepe e lesioni nel soffitto e lungo il muro perimetrale. Il canonico Alfredo Pinto, presidente dell’ente proprietario dell’edificio, aveva provveduto ai lavori di ristrutturazione e restauro con fondi propri, con una sottoscrizione pubblica e con finanziamenti statali.

Il vescovo e le autorità convenute possono ammirare gli interni della chiesa, oggetto di sostanziali interventi: il nuovo soffitto piano al posto del precedente a volta, demolito perché pericolante e per realizzare sopra la chiesa dei nuovi ambienti corrispondenti al terzo piano dell’edificio; la diversa sistemazione data all’altare maggiore, sul quale era stata collocata la statua del Crocifisso in un’apposita nicchia di marmo, mentre il quadro di S. Caterina, che in precedenza occupava quel posto, era stato fissato sul soffitto; l’eliminazione degli altari laterali sotto ai quadri, molti dei quali da tempo in cattive condizioni. Infine, era stata sistemata anche la sacrestia con la pavimentazione e l’apertura di una porta verso l’esterno, mentre la chiesa era stata dotata di un moderno impianto elettrico.

Questi ed altri piccoli interventi danno nuova forma e funzionalità a quell’antica cappella così legata alla tradizione cultuale vallese anche per le opere artistiche presenti fin dalla seconda metà del XVII secolo, quando il vescovo di Capaccio De Pace le aveva acquistate per donarle al costruendo monastero.

Tra queste, oltre ai quadri, provenienti da scuole pittoriche napoletane, c’è la scultura in legno a grandezza naturale del Crocifisso attribuita a Giacomo Colombo (XVII/XVIII sec.). È il pezzo più pregiato custodito dalla chiesa, sia sul piano artistico che su quello religioso. I vallesi da sempre ne hanno grande venerazione e la sua importanza è dimostrata dal fatto che lo stesso luogo è chiamato anche “chiesa del Crocifisso” (mia nonna, vissuta sempre nei pressi dell’ex monastero, parlava “ru Crucifisso re Sanda Catarina”).

Per la sua struggente e drammatica bellezza, la scultura ha dato luogo a una tradizione fino a qualche tempo fa ancora viva. Ce ne dà testimonianza il can. Pinto in una sua lettera del 5 aprile dello stesso 1949, rivolta al popolo per ottenere offerte necessarie al restauro. Scrive – riferendosi alla nostra chiesa – di un “tempio tanto ricco di tradizioni paesane ed in cui è esposto alla venerazione l’antico e miracoloso Crocifisso, che una volta, a quanto ci viene tramandato, parlò ai nostri avi”.

Una leggenda, ma molto suggestiva. Forse, proprio in ossequio ad essa don Alfredo aveva ritenuto di collocare la statua sull’altare maggiore, in modo che attirasse subito lo sguardo dei fedeli nelle funzioni o quello dei visitatori appena superata la soglia d’ingresso.

Se quella con ogni probabilità è una leggenda, provate ad entrare nella chiesa dopo aver guardato le foto che seguono e… diteci se quell’uomo non vi parla davvero!

Tutte le foto sono dell’amico Antonio Milano, alla cui cara memoria dedichiamo l’articolo.

Vallo. Chiesa di s. Caterina o del Crocifisso. Interno

 

 

 

L’altare maggiore. Sistemazione del 1949

Statua del Crocifisso attribuita a G. Colombo

 

 

 

 

 

 

Statua del Crocifisso. Particolare

 

 

 

 

 

 

 

Statua del Crocifisso. Particolare

 

 

 

 

 

 

 

Particolare.Statua del Crocifisso attribuita a G. Colombo

Statua del Crocifisso. Particolare

 

Statua del Crocifisso. Particolare

Statua del Crocifisso. Particolare

 

 

 

 

 

Statua del Crocifisso. Particolare

Statua del Crocifisso. Particolare

Statua del Crocifisso. Particolare

 

 

 

 

 

 

 

Chiesa di S.Caterina. Interno. Parete sinistra

Santo Presepe

Santi Nicola, al centro, Antonio da Padova, a sinistra, Antonio Abate, a destra.

Sant’Orsola

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiesa S.Caterina. Interno.Parete destra

 

Deposizione

 

Deposizione. Particolare

Deposizione. Particolare

 

 

 

 

 

 

 

Santa Barbara

Natività di Maria

 

 

 

 

 

 

 

Santa Caterina, al centro, Teresa d’Avila, a destra, Giovanni della Croce, a sinistra

S.Caterina. Particolare

S.Caterina. Particolare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore De Mattia, Assunzione di Maria.

Salvatore De Mattia, Martirio di S.Caterina




Risorgimento e fascismo sui muri di Vallo

Risorgimento e fascismo sui muri di Vallo

Lapide commemorativa dei De Mattia

 

Qualche mese fa, a proposito dei caduti vallesi della Grande Guerra, abbiamo accennato all’inaugurazione del monumento commemorativo avvenuta il 18 ottobre 1925 (vedi l’articolo di febbraio). Quello stesso giorno, venne scoperta anche la lapide dedicata alla famiglia De Mattia, posta sul muro esterno della chiesa di Santa Maria delle Grazie nella stessa piazza Vittorio Emanuele.

Ci sembra interessante riportare la cronaca dell’evento tratta da un articolo del giornale locale La Voce del Cilento, diretto dall’avv. Tommaso Cobellis, a firma Iman, pseudonimo di Ignazio Mandina.

La lapide ai De Mattia

Dopo l’inaugurazione del monumento ed i discorsi del Vescovo, del Sindaco e dell’on. Torre, (…) si discoprì la lapide ai De Mattia, gloriosi cittadini, che entro due secoli, tennero accesa la fiaccola della Libertà.

Ancora una volta, per questa, solennissima e tardiva, cerimonia, ammirammo e sentimmo la parola suadente e convinta del giovane avv. Luigi Scarpa De Masellis, che, con mirabile ed efficace concisione, tessé la storia del patrio riscatto e l’eroica vita di Diego De Mattia seniore e dei nipoti, rievocando le sofferenze, le torture e l’abnegazione di tutta la patriottica famiglia, ch’ebbe un solo partito, un solo ideale: l’Italia; ed in questo ideale, l’oratore riunì simbolo e significato delle due consacrazioni di oggi.

Ecco l’epigrafe, dettata dall’illustre storiografo nostro, il Senatore Mazziotti

per la libertà de la Patria

Diego De Mattia perì combattendo in Napoli

il 13 – 6 – 1799

de i suoi nipoti

Donato morì prigione, Emilio sul patibolo

il 4 – 4 – 1829

Diego subì l’ergastolo e di poi l’esilio

questa cittadinanza

con legittimo orgoglio

a perpetuo ricordo di tanto fulgore di gloria

dell’eroica famiglia Vallese

pose 1925

Alla cerimonia sono interventi i Fasci, le Sezioni Combattenti, i mutilati, le rappresentanze civiche e le associazioni patriottiche, con labari, gagliardetti e bandiere dei seguenti comuni…

Non era la prima volta che a Vallo si realizzava una lapide commemorativa delle vicende risorgimentali. Nel 1911, in occasione del cinquantenario dell’Unità, erano state apposte sulla facciata principale del municipio, ai lati del portone principale, ben due lapidi recanti la data del 25 giugno. L’una dedicata “Ai martiri del Cilento e della Lucania” dei moti del 1820-21, 1828 e 1848; l’altra “Agli eroi cilentani e lucani” che avevano seguito Garibaldi nel 1860. Inaugurate durante il primo incarico di sindaco di Gaetano Passarelli (1909-1914), su di esse siamo, purtroppo, scarsamente documentati, vista la drammatica incuria degli archivi locali. Possiamo solo limitarci a leggerle, dal momento che fanno ancora bella mostra di sé lì dove furono collocate ormai più di un secolo fa. Ma forse, mai come oggi, esse rischiano di essere mute agli occhi distratti e frettolosi di noi cittadini di un altro millennio.

Lapide sulla facciata del municipio di Vallo (a sinistra del portone)

Lapide sulla facciata del municipio di Vallo (a destra del portone)

Tornando all’evento del 1925, varie osservazioni possono aiutarci a coglierne meglio alcuni aspetti.

Innanzitutto, il contesto e i protagonisti. La cerimonia si tiene in un ambiente politico e amministrativo fascista. Andrea Torre è il deputato locale, eletto appena l’anno prima nella lista voluta dal partito fascista, il vescovo Cammarota e il sindaco Passarelli hanno già espresso più di una simpatia per il governo mussoliniano, il giovane avvocato De Masellis sarà meno di due anni dopo il primo podestà del nostro Comune. Vallo non è ancora del tutto fascista, ma la sua classe dirigente è già fascistizzata, anche se variano il grado di adesione pubblica e di convincimento personale.

È strano sentir parlare dei De Mattia come di coloro che “tennero accesa la fiaccola della Libertà” in un momento – ottobre ’25 – in cui il governo di Mussolini si stava avviando sulla strada del regime autoritario. Ma, a pensarci bene, non lo è poi neanche tanto. Semplicemente, era il discorso pubblico fascista che usava quella storia in maniera strumentale, che si era impossessato sia della guerra mondiale sia del Risorgimento per darne una lettura che legittimasse lo stesso fascismo al potere. Così, la lotta per la libertà e l’unità italiana dei De Mattia negli eventi del 1799 e del 1828 appariva non dissimile dalla lotta per la “rinascita dell’Italia” che il fascismo – in compagnia di molti, troppi, che fascisti non lo erano, o non lo erano ancora – riteneva di aver intrapreso.

Dovremmo scandalizzarci? Forse, sì! Ma letture miopi, anacronistiche e interessate come queste sono onnipresenti nella storia, e non solo in quella italiana.

In secondo luogo, l’autore del testo della lapide. Si trattava di quel Matteo Mazziotti originario di Celso, che dal 1909 era “senatore del regno” e che nel 1906 aveva pubblicato La rivolta del Cilento del 1828. Cantore del Risorgimento locale e delle gesta della sua famiglia, ben conosceva le vicende eroiche e drammatiche dei De Mattia. Anche lui però, in quell’alba di regime, aveva fatto atto di ossequio al fascismo. Forse pensava che i protagonisti maggiori e minori dell’epopea risorgimentale fossero davvero una sorta di precursori del fascismo? O forse era solo l’opportunismo che in quella stagione della storia italiana fu malattia di molti?

Un’altra osservazione. Mentre l’articolo riportato ha come data il 1925, l’anno scolpito sulla lapide è il 1924 (MCMXXIV). Un errore? Una svista grossolana? O forse la lapide risaliva all’anno prima, ma si era ritenuto inopportuno inaugurarla durante il controverso periodo delle elezioni e, poi, durante i drammatici mesi seguiti all’omicidio Matteotti (giugno 1924)? Oppure, più semplicemente, era apparso opportuno inaugurare la lapide insieme al monumento ai caduti, e aspettare quindi il completamento di quest’ultimo? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. L’aiuto di qualche lettore sagace forse potrebbe risolvere il non fondamentale enigma.

Qualche anno dopo – dunque, sempre in epoca fascista – saranno collocate altre due lapidi in tema risorgimentale. L’una ancora in piazza V. Emanuele, sul muro della casa dove nacque Bonifacio Oricchio; l’altra in piazza dei Martiri, dedicata appunto ai “martiri” che in quel luogo caddero durante i moti del 1828. Entrambe recano come data il 1929, il che lascia presumere che furono realizzate in occasione del centenario di quei moti ricorso l’anno prima e festeggiato in paese con una certa solennità. Anche in quel caso senza risparmiare il ricorso alla pesante e strumentale retorica fascista.

Lapide in piazza V. Emanuele

Lapide in piazza dei Martiri

Le cinque lapidi costituiscono una sorta di percorso nella memoria risorgimentale vallese forse da recuperare senza strumentalizzazioni politiche, enfatizzazioni pseudoculturali o ricostruzioni oleografiche a scopo turistico. Insomma, il Risorgimento – e l’uso che ne fece il fascismo, insieme magari al “disuso” che ne facciano noi oggi – lo si può ricordare riconducendo le azioni dei protagonisti al loro tempo e ai loro ideali, senza esaltarli acriticamente come troppo spesso si è fatto e senza avallarne l’oblio come negli ultimi tempi è di moda.

La lezione dei tanti neoborbonici rampanti e dei troppi revisionisti a buon mercato che circolano negli ambienti governativi cavalcando la fragilità della cultura storiografica di noi italiani dovrebbe aver insegnato qualcosa, forse.




23 marzo 1919, nascono i Fasci di combattimento. Una data da dimenticare? (III Parte)

I fasci di combattimento  La nascita nel Cilento

 Parte Terza

Nel ’23, a Vallo, la sezione dei Fasci di combattimento ha circa 200 iscritti. Vi compaiono i nomi più in vista delle famiglie locali. A notabili e professionisti si affiancano esponenti di altri ceti.

Il primo segretario politico è l’ing. Enrico Rubino di Angellara, figlio di Armido, uno dei notabili più importanti del territorio, più volte consigliere comunale di Vallo e consigliere provinciale in carica. Nel direttorio siedono l’avv. Pasquale Lebano, che comanda gli squadristi locali; il prof. Giovanni Bianchi, direttore didattico e che negli anni Trenta sarà segretario politico della sezione e componente del direttorio provinciale della Federazione dei Fasci; Domenico Favilla, cancelliere del tribunale. Sono tre ex combattenti della Grande guerra, congedatisi col grado di tenente. In quel direttorio vi sono anche gli artigiani Giuseppe Senatore e Giovanni di Gregorio, ed il tipografo Mario Tafuri, a segnalare l’interclassismo che caratterizza i Fasci, soprattutto in questo periodo. 

Aderiscono alla sezione anche Andrea Castellano, segretario comunale di Vallo, e il dott. Giuseppe Passarelli, che è uno dei due medici condotti del comune e che dal ’24 al ’30 sarà segretario politico della sezione e nel ’26 farà parte del direttorio della federazione fascista.

Il Fascio vallese si adopera per incrementare la diffusione delle sezioni del partito nel Circondario. Il 21 gennaio del ’23, i tenenti Lebano e Favilla, al comando dei militanti vallesi riuniti nella squadra “la Fedelissima”, partecipano alla “festa fascista” che si tiene a Campora per la consegna del gagliardetto alla nascente sezione del partito. Nel paese ci sono due squadre, la “Superba” e la “Nazario Sauro”. Lebano arringa la folla, ne suscita l’entusiasmo, la induce ad iscriversi. Sono presenti anche le squadre di Stio – “Lupo” – e di Laurino – la “Disperata”, quest’ultima con la sua fanfara che gira per le strade del paese al suono e al canto di Giovinezza, assurto già a “inno fascista”.

Il mese seguente, il 4, la squadra di Vallo è a Ceraso, dove la sezione è nata a inizio anno e ha bisogno di ingrandirsi. Gli squadristi sono guidati dal tenente Bianchi e a parlare è il segretario politico Rubino. Il clima è di entusiasmo e di festa.

Una settimana dopo, la stessa scena si ripresenta a Cannalonga. Anche qui la neosezione cerca di rinvigorirsi e la sfilata dei militanti vallesi de “la Fedelissima” contribuisce allo scopo. Lebano e Bianchi, anche in questa occasione, guidano la sortita del Fascio di cui sono dirigenti.

Con un militarismo che sa più di festa paesana e un’adesione più emotiva che politica, il fascismo si diffonde e prende piede, ma la sua consistenza è diretta proporzione del radicamento del consenso nei singoli. Le sfilate paramilitari, l’entusiasmo dei giovani, spesso ex combattenti, l’evocazione della guerra vinta e della patria risorta sembrano funzionare, e a uno sguardo superficiale funzionano, per la creazione di una prima forma di consenso al fascismo. La sua portata, però, non può essere sopravvalutata, perché rimane il fatto che, in un ambiente in cui l’ideologia non fa presa, quel consenso si dirige al partito di governo, come nella tradizione locale. La differenza rispetto al passato è che, quello fascista, è un governo presentatosi, e inteso, come salvatore della patria e restauratore dei diritti nazionali offesi dalla “vittoria mutilata”.

Le sezioni del partito dei tre paesi visitati dagli squadristi di Vallo aumentano i loro iscritti, ma i numeri del ’23 non parlano certo di un’adesione di massa. A Campora, su 1274 abitanti, 88 sono iscritti al partito; a Ceraso, su 2504, gli aderenti sono 60; a Cannalonga, i dati sono, rispettivamente, 838 e 37.

Ancora nel ’23, il fascismo locale, che è un misto di nazionalismo e combattentismo, festeggia alcune date che stanno imponendosi come appuntamenti importanti nel nuovo calendario politico e patriottico fascista. Il 21 aprile, retoricamente chiamato “Natale di Roma” ma che serve in sostanza al fascismo per contrapporre una propria festa, fino a sostituirla, al 1° maggio operaio; il 28 ottobre, anniversario della “marcia su Roma”, che porta il fascismo al governo e simboleggia la conquista della città eterna compiuta dal partito rinnovatore, evento mitizzato dagli stessi fascisti.

In entrambe le occasioni, a Vallo sono presenti e sfilano reparti di carabinieri, di militari e squadre della milizia nazionale accorse da vari paesi del circondario. Sia le autorità militari che quelle fasciste passano in rassegna i reparti. La musica suona l’Inno reale e Giovinezza, in un clima di commistione tra la nazione guidata dal Re e il fascismo guidato dal duce, che presto diventeranno – ma per molti lo sono già – una cosa sola: la “nazione fascista”.

La grande guerra

Ci sono altre due date importanti in quel lontano ’23: il 24 maggio e il 4 novembre. Sono i giorni dell’entrata in guerra dell’Italia (1915) e della vittoria di quello stesso conflitto (1918). Due date che racchiudono la guerra patriottica italiana e che, naturalmente, il fascismo ha fatto proprie.

Il Fascio vallese commemora i due eventi insieme alle sezioni locali dell’Associazione dei combattenti e dell’Associazione dei mutilati e invalidi di guerra, la prima presieduta dall’avv. Tommaso Cobellis, la seconda dall’avv. Pasquale Pinto. Milizia nazionale, combattenti e mutilati sfilano uniti, per il momento il mondo dei reduci è sodale col fascismo che ne accoglie le richieste e ne condivide i valori. L’unione è basata su quella “religione della patria” uscita rinforzata dalla guerra vittoriosa. Presto – già alle elezioni del ’24 – il fascismo interpreterà, però, quella “religione” a modo suo, imponendo le sue regole e la sua forza e riducendo al silenzio le velleità di autonomia del mondo combattentistico.

La vittoria del “listone” fascista a marzo ’24 e, soprattutto, l’eccidio di Matteotti e le sue conseguenze segnano una svolta per il governo fascista. Tra lasciare il potere e la dittatura, Mussolini non ha dubbi: sceglie quest’ultima.

In ambito locale, i notabili che non l’hanno già fatto cominceranno a indossare la camicia nera; le altre classi sociali, tra entusiasmi e indolenze, si adegueranno seguendo la retorica della mitologia fascista e, soprattutto, il mito del duce. Anzi, del DVCE.

Ci vorrà la guerra in casa per far crollare tutto, anche la fiducia in quello che a molti era apparso davvero “l’uomo della Provvidenza”.

                                                                                                                                                                       Fine




23 marzo 1919, nascono i Fasci di combattimento. Una data da dimenticare? (II Parte)

II parte

Dal ’19 al ’22, il fascismo è sostanzialmente assente dalle contrade cilentane. Il rapido ma complesso percorso che porta il piccolo movimento del primissimo dopoguerra a diventare quel “partito armato” che conquista il potere a fine ottobre del ’22, non viene avvertito o quasi nei nostri paesi che non vivono le tensioni del “biennio rosso” (’19-20) – con la paura della rivoluzione bolscevica – né quelle del “biennio nero”(’21-22), con la reazione violenta del fascismo squadrista.

Qui non c’erano spinte rivoluzionarie operaie o contadine. La guerra non aveva impresso grandi cambiamenti alle dinamiche socio-economiche locali. Il movimento operaio era quasi del tutto assente, i contadini continuavano ad essere disorganizzati. Chi tornava dalla guerra chiedeva sì cambiamenti, ma, in genere, non era in grado e non aveva la forza di mettere in discussione gli assetti sociali e i rapporti di potere tradizionali. Quindi non nasce un vero squadrismo locale, salvo casi rari e occasioni particolari, come ad Agropoli dove si registra l’unica squadra che negli anni a

 

cavallo della “marcia su Roma” agisce anche con violenza e si muove con vere e proprie spedizioni punitive.

Nel Cilento il fascismo diventa una realtà apprezzabile solo dopo la conquista del potere. La sezione dei Fasci di combattimento viene costituita a Vallo il 3 novembre 1922, cioè sei giorni dopo la “marcia”. Nello stesso mese, nascono le sezioni di Stio e di Laurino, a dicembre quelle di Campora, Ascea, Felitto, Piaggine Soprane, a gennaio quelle di Castelnuovo, Ceraso, Alfano, Omignano. Sono solo alcuni esempi tra quelli riportati nel volume di G. Silvestri, Fascismo salernitano del ’33.

Naturalmente, negli anni seguenti in tutti i Comuni nascono sezioni del partito governativo, mentre più lenta è la penetrazione del fascismo nel sistema di potere locale. Nel ’23 l’unica amministrazione comunale fascista del circondario di Vallo è quella di Agropoli. Le altre cilentane sono Sanza, Monte S. Giacomo, Pertosa, S. Pietro al Tanagro e Caselle in Pittari.

 

Due anni dopo, la situazione è nettamente cambiata: dei 53 Comuni del circondario vallese, 33 sono fascisti e 16 filo-fascisti, gli altri sono in parte penetrati da elementi fascisti o stanno per esserlo.

Gaetano PASSARELLI (foto C.Cerone, Un secolo di luce nel Circondario di Vallo della Lucania, CGM, 2013)

A Vallo, Gaetano Passarelli, sindaco dal 1920, non è fascista, né lo è la sua amministrazione. Agli inizi del ’24, due dei suoi componenti fanno parte del direttorio della locale sezione dei Fasci. Sono i consiglieri Giuseppe Cammarosano e Saverio De Mattia. Nel suo complesso, però, l’orientamento del Comune è filo-fascista, come emerge dalle scelte compiute per le elezioni politiche dell’aprile ’24, quando sindaco e giunta fanno votare per la lista nazionale messa insieme dal governo, in particolare per Andrea Torre, entrato nel fascismo da posizioni fiancheggiatrici, cioè da vecchio esponente del mondo liberale.

 

Il percorso del sindaco di Vallo – che è il più importante tra i possidenti locali – esemplifica la graduale conquista del notabilato meridionale compiuta dal fascismo governativo. Ma è, allo stesso tempo, immagine di ciò che diventa il fascismo meridionale cooptando tali notabili. Gli esponenti del vecchio ceto dirigente entrano nel partito – o comunque aderiscono più o meno convinti ed attivi alle politiche del governo e poi di quello che si trasformerà in un regime – e vi portano influenze e clientele, modalità d’azione e contenuti politici, cioè il loro tradizionale modus operandi consolidato in età liberale.

In definitiva, indossano la “camicia nera” per la forza del contesto, per opportunismo, per mantenere posizione e prestigio, perché il fascismo non ha una sua classe dirigente – né riuscirà mai a formarsela davvero – e, in qualche caso, anche per intima convinzione.

Quello meridionale, però, non è solo un fascismo di notabili. La sezione del Fascio a Vallo sembra dimostrarlo. Fin dal ’23, si caratterizza per un certo interclassismo dei suoi iscritti che non sono pochi.

(continua)




I CADUTI VALLESI DELLA GRANDE GUERRA

Solo da pochi mesi, si sono concluse le celebrazioni del centenario della Prima guerra mondiale. Nel corso di varie occasioni, numerosi sono stati i ricordi degli eventi e le commemorazioni dei caduti. A Vallo, la cosa è passata quasi del tutto inosservata. Come non di rado accade da noi, si è persa l’occasione per coltivare la memoria, per ricordare i fatti storici, per fare cultura e non dimenticare il senso identitaria di una comunità. Eppure la nostra cittadina partecipò a quello sforzo bellico che le procurò tante sofferenze, come attestano i non pochi feriti e mutilati. L’entità di quella partecipazione è dimostrata soprattutto dai suoi quasi cento caduti.

Vallo.-Monumento-ai-caduti.-Lapide-di-quelli-della-I-guerra-mondiale

Qualche anno dopo la fine del conflitto – a ottobre del 1925 – viene inaugurato il monumento ai caduti, collocato simbolicamente davanti al palazzo del Municipio (anche perché chi maggiormente si era impegnato – sul piano amministrativo e finanziario – a farlo realizzare era stato Gaetano Passarelli, sindaco di Vallo dal 1920 al 1925).

Quello dell’inaugurazione è un giorno particolarmente solenne. Sono presenti l’on. Roberto Cantalupo e l’on. Andrea Torre, entrambi eletti l’anno prima nel “listone fascista”, che rappresentano la sostanziale adesione di Vallo e del suo Circondario al regime che si va formando. Parlano anche il sindaco e il vescovo, mons. Francesco Cammarota. La cronaca dell’evento è riportata dal giornale locale “La voce del Cilento”, nel numero del 31 ottobre ‘25.

La cosa singolare è che i nomi delle vittime della guerra riportati sulla lapide posta alla base del monumento sono “solo” 55, mentre da un’altra fonte sappiamo che i caduti vallesi furono più numerosi. Questa fonte è costituita dal libro tratto dai manoscritti lasciati dal can. Giovanni Maiese – uno dei testimoni oculari degli eventi di cent’anni fa – pubblicato solo nel 1983 (Vallo Lucano e suoi dintorni. Raccolta di notizie storiche).

Don Giovanni, che in genere è preciso e documentato nell’esporre i dati, raccoglie le notizie da varie fonti. Probabilmente, la principale tra queste è costituita dalla sottosezione dell’Ufficio Notizie presente a Vallo in quegli anni e istituita soprattutto grazie all’impegno di don Alfredo Pinto. Quell’ufficio faceva capo alla struttura centrale funzionante a Bologna, alla quale inviava e dalla quale riceveva i dati sui soldati locali impegnati sui vari fronti di combattimento. Per questo, quello da lui fornito è l’elenco più affidabile dei caduti.

Il suo intento non è quello di compilare una nuda lista ma di offrire un catalogo informato dei vallesi «caduti sul campo della gloria», come lui stesso li definisce. Per questo, divide le vittime tra quelle provenienti dal capoluogo e quelle delle frazioni, contribuendo quindi a individuare il contributo delle singole comunità. Per gli originari del capoluogo riesce ad essere più preciso, aggiungendo anche la data della morte e, quando ne è in possesso, il luogo, consentendo di individuare lo specifico contesto bellico.

Così, il contributo di sangue di Vallo è di 48 vittime, quello di Pattano di 19, quello di Massa di 11 e quello di Angellara di 10, ma è lo stesso canonico a specificare di non sapere se ci siano stati altri caduti originari del paese.

Egli annota sui suoi quaderni uno dei primi morti locali, il tenente Alfonso De Mattia caduto «a Monte Gedra» agli inizi di giugno del 1915, seguito a luglio da Aniello Ruocco morto sul Monte Sei Busi nel corso della II Battaglia dell’Isonzo. Nel 1916, muoiono Fedele Giuliani, sul Monte Sabotino durante la VI Battaglia dell’Isonzo combattuta ad agosto, il sottotenente Luigi Paolino, sul Monte Brezan a ottobre, e il tenente Angelo Ricciardi, vittima il 13 dicembre di una delle numerose valanghe di neve cadute quell’anno sui fronti di guerra. A questi, si aggiungono coloro che riescono ad arrivare in ospedale morendovi per le conseguenze delle ferite, dei traumi, delle malattie, come, tra gli altri, Vincenzo Passannante, morto il 5 luglio del ’15 «all’ospedale di Campo n. 165», Bruto Oricchio, morto il 23 maggio del ’16 «nell’ospedale di campo n. 0,08», Antonio Francesco Gennarelli-Ferra, morto il 12 ottobre dello stesso anno «all’ospedale di campo n. 0,100», e Antonio Rinaldi, morto all’ospedale di Pistoia pochi giorni prima, il 6 ottobre.

Durante il durissimo 1917, muoiono sul Carso Pantaleo Ruocco e Fortunato Scalone, mentre sono vittime della XII Battaglia dell’Isonzo, divenuta la disastrosa rotta di Caporetto, Antonio Paolino, morto il 24 ottobre, e Antonio Passaro, morto il 4 novembre. Cade sul Piave, in quegli stessi mesi, il tenente Ermanno Scarpa, il 18 dicembre, al quale era stata conferita la medaglia d’argento al valore militare. Tra le vittime, anche il sacerdote Domenico Pignataro, morto il 27 agosto «presso Udine per lo scoppio di una polveriera». Non meno drammatico il 1918, quando, ancora sul Piave, muoiono Carmine Rinaldi, il 18 agosto, Nicola Oricchio, il 29 ottobre, Raffaele Stifano, il 28 ottobre, mentre Gaetano Nicoletti muore il 3 aprile dello stesso anno «nell’ospedale di Somorja» in Ungheria, dove era stato condotto come prigioniero (Vallo Lucano e dintorni…, pp. 293 ss.).

A questi si aggiungono gli altri caduti del capoluogo. Per i primi due anni di guerra: Agnello Buongiorno, morto il 3 luglio 1915; Pasquale Cammarosano, morto il 5 luglio (senza indicazione di anno); Pantaleo Sansone, morto il 1° settembre 1915; Luigi Ruocco, morto il 22 ottobre 1915; Emiddio Rinaldi, morto il 15 dicembre 1915; Vittorio Terranova, morto l’8 agosto 1916.

Per il 1917: il sottotenente Vincenzo Avallone, morto il 21 maggio, Angelo Maria Liguori, morto il 5 ottobre, Pantaleo Laurito, morto il 19 settembre, Aniello Cammarosano, morto il 6 ottobre, Luigi Di Sevo, morto il 22 ottobre, Angelo Maria Palladino, morto il 24 novembre, il tenente Domenico Cialente, morto il 19 agosto, Vincenzo Sansone, morto il 30 agosto, Domenico Ruocco, morto il 17 marzo, Francesco Ruocco, morto l’8 marzo, Carlo Palumbo, morto il 19 novembre, Gaetano Oricchio, morto il 16 febbraio.

Per il 1918: Antonio Pavone, morto il 23 settembre; Salvatore Capasso, morto il 4 aprile; Pantaleo Palladino, morto l’1 settembre. Non vengono specificate date, né luoghi, per Luigi De Biasi, «morto per febbre d’aria», Aniello Ruocco, Antonio Inverso, Pantaleo Ricciardi, Ametrano Raffaele, Sansone Carmine. Risultano ufficialmente «dispersi», invece, Domenico e Sabato Ruocco.

I caduti di Pattano sono: Luciano Veneri, Sabato Giulio, Antonio Amato, Errico Labruna, Guerino Sansone, Angelo Maria Morrone, Antonio Veneri, Aniello Di Santi, Carmineantonio Labruna, Giovanni Labruna, Pantaleo Giulio, Donato Giulio, Luigi Antonio Passaro, Domenico Musto, Ferdinando Pacifico, Francesco Giulio, Enrico Veneri (disperso), Alfonso Giulio (disperso), Aniello Labruna (disperso).

I caduti di Massa sono: Aniello Oricchio, Alfonso Oricchio, Raffaele Ricchiuti, Pantaleo Jannuzzi, Pietro De Cristofaro, Giuseppe Cafaro, Antonio Oricchio, Antonino Scelza, Aniello Cobellis, Domenico Scelza, Angelo Oricchio.

I caduti di Angellara sono: Giuseppe Sansone, Angelo De Vita, Salvatore Maiese, Antonio Grammaldo, Antonio Russo, Luigi Maiese, Tommaso Sansone, Alessandro Pilerci, Angelo Antonio Mainente, Giovanni De Vita.

In tutto, il triste catalogo compilato da Maiese conta 88 nomi, compresi i dispersi. Sono 33 in più di quelli presenti sulla lapide, ma su quest’ultima ci sono sette nominativi non forniti dal canonico. Eccoli: Roberto Oricchio (S. Tenente), Carlo Di Santi, Giovanni Iacovazzo, Vincenzo Labruna, Francesco Piacetti (o Pacetti), Antonio Ruocco, Antonio Veneri di Antonio. Questo fa pensare che nell’elenco di mons. Maiese effettivamente mancasse qualcuno. Dunque, i due numeri vanno sommati e il risultato – 95 – rappresenta verosimilmente il numero complessivo delle vittime vallesi della Grande guerra.

Un conto davvero rilevante, quello presentato dal conflitto alla nostra cittadina. A quei nomi, alla loro memoria, alle sofferenze vissute, al dramma delle famiglie, all’assurdità di quella guerra (e di tutte le guerre) vada il nostro pensiero quando – distratti – passiamo nei pressi di quel monumento che inneggia alla libertà.

MANLIO MORRA

Per un quadro più ampio cfr. M. MORRA, Vicende politico-amministrative e sociali a Vallo della Lucania negli anni della Grande guerra, in “Rassegna Storica Salernitana”, Nuova Serie, XXXV/2 – n. 70, dicembre 2018, pp. 185-211.




Il Partito Popolare nel Circondario di Vallo

 

Cent’anni fa nasceva il Partito popolare italiano, la prima esperienza politica organizzata e consapevole del mondo cattolico nel nostro Paese dopo decenni di attività prevalentemente sociale e religiosa. Con l’appello “a tutti gli uomini liberi e forti” del 18 gennaio 1919, don Luigi Sturzo poneva le basi del nuovo partito cattolico, il cui programma intendeva realizzare una serie di riforme sostanziali dell’assetto politico-sociale dell’Italia appena uscita – vincitrice ma malconcia – dalla Grande guerra.

Nel corso dei mesi seguenti, si costituiscono un po’ in tutto il Paese le sezioni provinciali e comunali.

A marzo, nasce la sezione salernitana del partito. Nelle sale del Circolo giovanile cattolico di Salerno si riuniscono più di duecento persone, raccogliendo l’appello proveniente dalla direzione romana. A guidarli ci sono Carlo Carucci, Giuseppe e Carmine de Martino. Quest’ultimo invita a sostenere i punti programmatici del partito e diffonderne la presenza in ambito provinciale. Il giornale del movimento cattolico locale, “Il Piccolo Corriere”, sostiene l’iniziativa e pubblica la cronaca della riunione il 19 marzo.

Le sezioni popolari si diffondono soprattutto nel successivo autunno, in previsione delle elezioni politiche di novembre, le prime del dopoguerra e le prime a tenersi col sistema proporzionale e in seguito all’introduzione del suffragio universale maschile. Anche il circondario vallese è interessato da questa espansione della nuova iniziativa cattolica. La sezione popolare di Vallo nasce all’interno della Cassa Rurale “San Pantaleone”, che è la più importante iniziativa nel movimento cattolico locale, attiva fin dal 1913 e guidata dal can. Alfredo Pinto.

A metà ottobre, questa sezione diffonde, su “Il Piccolo Corriere”, il seguente comunicato-appello:

Nella imminenza delle prossime elezioni politiche si è formata anche in questo Capoluogo una Sezione del Partito Popolare Italiano con sede provvisoria presso la Cassa Rurale S. Pantaleone.

Dato il programma e l’indole del Partito che ha per suoi fondamentali obbiettivi la integrità ed unità della Patria, e la esplicazione di tutta la grandezza nazionale nella funzione civile, morale ed economica, non poteva mancare al nuovo Partito quella vasta adesione che, come interessante e notevole fenomeno, ha da per tutto incontrato un premuroso entusiasmo.

Noi, sventuratamente abituati a non intendere altri partiti che non siano stati quelli che finora funestarono questi paesi, perché aventi per mira e per base vedute, interessi ed ambizioni unicamente personali, salutiamo come una vera liberazione lo affermarsi del Partito Popolare Italiano che è partito eminentemente nazionale; è partito di principii e non di persone e di privato servizio; è partito come è stata la parola intesa dai migliori uomini di Stato; è partito che vuol promuovere tutto il benessere della Nazione in base all’ordine, alla concordia alla disciplina e al carattere del popolo che si vogliono vedere integrati e fortificati nella fede unica di una Patria grande e felice. In tali intendimenti si riassume il programma del Partito Popolare.

Vorranno le persone che sono nell’ordine d’idee di esso costituire e formare dei Comitati locali nei rispettivi Comuni, ricevere le adesioni, e diffondere il programma del Partito stesso; ragguagliando in pari tempo questa Sezione dell’opera che si svolge e dei risultamenti a cui si perviene.

Le comunicazioni ed adesioni si ricevono nella sede suddetta dal Segretario Politico, can. Alfredo Pinto.

È la sintesi di un vero programma politico, che invita cattolici e non all’azione. Il partito è inteso, soprattutto, come lo strumento per dare ai cattolici il ruolo che spetta loro nella nuova Italia creata dalla guerra, in chiara antitesi con i personalismi del notabilato liberale meridionale. Vi si coglie l’idea di partito propria di Sturzo, aconfessionale e nazionale, e quella che sembra essere la principale preoccupazione dell’estensore dell’appello: porre un argine alla politica dei partiti locali, animati dagli interessi personali dei singoli “galantuomini”. Gli avversari da combattere non sono i socialisti, come altrove, ma i notabili con le loro fazioni e consorterie locali.

La sezione fa corpo unico con la Cassa rurale, il suo direttore è anche il segretario politico. Ciò prova quanto l’esperienza popolare, almeno in questa prima fase, si appoggi e trovi riscontro nella rete degli organismi e delle associazioni cattoliche preesistenti, e in particolare nelle strutture create dal cattolicesimo sociale. E questo avviene soprattutto al Sud, dove gran parte del mondo cattolico passa automaticamente, o quasi, al partito, non sempre cogliendone i tratti distintivi.

Il-simbolo-elettorale-del-PPI-alle-elezioni-del-1919-Il-PIccolo-Corriere-13-novembre-1919.

La campagna di propaganda per i popolari si svolge con una certa intensità. Ai primi di novembre, si tiene a Vallo un comizio del partito. Nel locale “Teatro Italia”, l’avvocato Pasquale Pinto parla della lista Popolare, del suo programma, delle adesioni ricevute dai Comuni del collegio elettorale; legge il telegramma di uno dei leaders del partito nel Salernitano, il comm. Mattia Farina, e introduce i due candidati presenti: Mario Mazziotti e Amedeo Moscati. Questi si diffondono sugli intenti del partito e sui loro precedenti rapporti col territorio. Mazziotti sarà il più votato nel circondario. È sempre “Il Piccolo Corriere”, del 13 novembre, a riportare la cronaca del comizio.

Programma del PPI pubblicato su Il Piccolo Corriere del 16 ottobre 1919

I risultati sono un successo per i cattolici. Dei cento deputati eletti sul piano nazionale, dieci provengono dalle liste campane e, tra questi, tre dal collegio di Salerno: Mattia Farina, Goffredo Lanzara e Salvatore Camera. Nel circondario di Vallo, la lista col simbolo “Scudo crociato” si piazza al terzo posto per numero di preferenze, superando i quattromila voti. Un risultato di tutto rilievo considerando che ai primi due posti ci sono le liste dei notabili liberali, quella dei nittiani del Partito liberale democratico, cioè la lista sostenuta dal governo in carica (con oltre 13.000 voti, di cui più di 7.000 al solo Andrea Torre), e quella dei giolittiani del Partito democratico (con oltre 6.000 voti). I cattolici, inoltre, hanno avuto contro sia il sindaco di Vallo, Filadelfo de Hippolitys, che sosteneva l’avvocato Giovanni Cuomo della lista ministeriale, sia il sottoprefetto, che naturalmente spingeva i candidati della stessa lista, guidata da Andrea Torre. I popolari vallesi hanno orientato il voto, soprattutto, su Mazziotti e Farina, ma dei due solo quest’ultimo viene eletto. L’onorevole Farina diventa il referente politico dei popolari locali, così come era stato, e continuava ad essere, uno dei leaders del movimento cattolico in provincia.

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Il successo dei popolari in provincia è dovuto sia alla novità rappresentata dalla presenza di un partito cattolico, dopo i numerosi tentativi degli anni precedenti di aggregare quel mondo in occasione delle tornate politico-amministrative, sia al sostegno ottenuto dagli agrari e dalla loro associazione nel Salernitano. Lo stesso Farina proviene da quel mondo, come d’altronde i due candidati presentatisi a Vallo in comizio, Mazziotti e Moscati.

Due anni dopo, alle elezioni politiche del ’21, il partito cattolico, non più appoggiato dagli agrari, in provincia riesce a far eleggere soltanto l’uscente Mattia Farina. Nel circondario vallese, questi è il più votato della lista, ma con circa trecento preferenze in meno rispetto al ’19. Nel complesso, la lista “Scudo crociato” cala vistosamente, ottenendo poco meno di 1.300 voti. Pesano anche i riscontri ottenuti dalle due liste liberali, la governativa del Partito democratico riformista e quella dell’opposizione del Partito democratico liberale, quasi appaiate nei risultati con oltre 8.000 voti ciascuna. Entrambe le liste sono trascinate dai rispettivi notabili, tra cui spiccano, in quest’ultima, Torre, Amendola e Cuomo.

I popolari agiscono sulla base del programma nazionale del partito, ma nel circondario vallese, come in tutto il Meridione, l’azione dei loro candidati nelle elezioni politiche del ’19 e del ‘21 è quella tipica dei notabili liberali, con tutto il portato di clientele e trasformismo propri della tradizione locale.

A Vallo, il sostegno ad Andrea Torre è quello al patron politico del territorio, cui in parte si contrappongono altri “galantuomini”. Lo stesso Farina agisce, qui come in altri ambiti provinciali, in maniera non dissimile. Il popolarismo locale non sfugge a tali caratteristiche della lotta politica e tenderà in seguito a seguire gli orientamenti e le scelte del suo uomo di riferimento.

In questi anni, è difficile identificare la consistenza e l’attività dei popolari vallesi, così come le posizioni della curia. Il vescovo non era più Iacuzio, trasferito a Sorrento, ma mons. Francesco Cammarota, entrato in diocesi nel corso dell’estate 1918. Se non di sostegno, la sua posizione nei confronti del nuovo impegno politico dei cattolici dovette essere d’attesa nei primi anni; il suo non fu l’appoggio convinto e decisivo dato al movimento cattolico dal predecessore.

Nel gennaio del 1923, l’avv. Pasquale Pinto, fratello di don Alfredo, in qualità di componente del comitato provinciale dei popolari, partecipa a Napoli all’incontro di tale comitato con don Sturzo. Sono presenti, tra gli altri, anche l’on. Farina e il segretario provinciale, il marchese Giovanni Imperiali. Si fa il punto della situazione a pochi mesi dalla presa del potere da parte di Mussolini. Farina riferisce sul partito in provincia, sostenendo che i Fasci di combattimento sono in espansione e che i popolari hanno buoni rapporti con essi, con pochi episodi di violenza e la sostanziale tenuta delle adesioni al partito nel suo complesso (cronaca su “Il Piccolo Corriere” del 25 gennaio).

In provincia la situazione appare abbastanza tranquilla. Dopo la “marcia su Roma” le sezioni fasciste sono in espansione, ma lo squadrismo è sostanzialmente assente, mentre i popolari tengono, visto che alla riunione del comitato a giugno del ’23 sono presenti i delegati di ben 50 sezioni del partito. La tranquillità, però, nasconde una situazione in rapido cambiamento. Al centro è già iniziata la manovra mussoliniana per dividere e smembrare il partito, per costringere la Gerarchia a prenderne le distanze, mentre nel Meridione è in corso l’attacco ai vecchi partiti liberali, con la cooptazione dei notabili e l’assorbimento delle loro clientele. Un processo i cui frutti sono ben evidenti alle elezioni politiche del ’24, quando nel “listone” governativo, cioè fascista, compaiono nomi quali quelli del liberale Andrea Torre e del popolare Mattia Farina.

Uno sguardo ai risultati di questa tornata elettorale, svoltasi col sistema maggioritario forzatamente voluto dal governo di Mussolini, consente di capire i nuovi rapporti di potere impostisi anche in ambito locale.

La “lista nazionale”, cioè quella governativa, ottiene nel circondario di Vallo oltre 16.000 voti su circa 18.600 votanti. Le altre liste si dividono le briciole, con l’“Opposizione costituzionale” di Giovanni Amendola che riceve 1.091 preferenze e il Partito popolare che scende a 118 voti. Quest’ultimo è ridotto a una presenza poco più che simbolica e, a cinque anni dalla nascita, tale risultato ne completa la parabola politica. Mattia Farina, che ne era stato il leader, nel “listone” fascista ottiene un notevole riscontro con oltre 4.600 voti. Di questi, molti provengono dai popolari locali che lo hanno seguito anche nella sua opportunistica scelta, lasciando il partito al suo destino. Il can. Alfredo Pinto, ex segretario della sezione locale del PPI, fa votare in quest’occasione per il Farina divenuto, o in procinto di divenire, esponente del partito governativo, segnando in tal modo l’entrata nel regime fascista del mondo cattolico locale e la fine delle esperienze maturate in seno al cattolicesimo sociale.

Anche se si deve tener conto del generale clima di intimidazione in cui si svolge questa tornata elettorale, nel circondario le motivazioni di fondo del voto rimandano al collaudato sistema delle affiliazioni personali.

In definitiva, la logica politica che, a Vallo e nel Cilento, muove quanti votano e credono nel partito popolare non è molto diversa da quella derivante dalla tradizione locale e sviluppatasi durante il periodo liberale. Ci si orienta sulle scelte del notabile di riferimento, anche quando queste sono in aperto contrasto con il suo passato, con le decisioni politiche e col programma del suo partito. Questo forse è stato il punto debole di tutta la breve storia del popolarismo cilentano.

Manlio Morra

Per un quadro più ampio, si veda M. MORRA, Il movimento cattolico nella diocesi di Capaccio-Vallo ai primi del Novecento, in “Annali Storici di Principato Citra”, a. XV, 2, 2017, pp. 107-138.




L’EDIFICIO DI SANTA CATERINA IN VALLO DELLA LUCANIA UNA STORIA LUNGA QUATTRO SECOLI

L’odierno edificio di Santa Caterina, posto nell’omonima piazza di Vallo della Lucania, appartiene alla Fondazione “Mons. A. Pinto e S. Caterina”, erede dell’ente educativo fondato nel 1927 dal canonico Alfredo Pinto.

La fondazione del “Conservatorio” e la costruzione del fabbricato

Nella sua struttura originaria, esso risale al XVII secolo, quando le principali famiglie locali fondarono il “Conservatorio di S. Caterina” e iniziarono a costruirlo. Ancora oggi, nell’iscrizione murata sulla porta della cappella interna (chiesa del Crocefisso), può leggersi il giorno di fondazione – 10 aprile 1626 – e l’indicazione dei fondatori (Juspatronatus Universitatis Cornotorum) (foto a lato). La data indica il giorno in cui fu stipulato l’atto di fondazione dal “notaro” Fabrizio Molinaro, mentre il testo chiarisce che la locale università si riservò sulla costruenda opera il diritto di patronato. Questo perché, dei due casali in cui allora si divideva la futura Vallo (Cornuti e Spio), quello di Spio non volle partecipare all’opera.
Il canonico Maiese scrive:

“Alla fondazione concorsero tutti i cittadini dell’università dei Cornuti, i quali presero un tanto per uno,     ciascuno secondo le proprie forze, per la erezione del detto Convento, eleggendo in pubblico parlamento i SS.ri Ascanio de Sevo e Antonio Venturello Maestri e Governatori dell’opera”.
(Cfr. Notizie storiche intorno alla Baronia di Novi Velia e della città di Vallo della Lucania pel Canonico Arcip. D. Giovanni Maiese Delegato della Curia Vescovile di Vallo –1911, vol. II, a cura di L. Rossi, Ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2016, p. 59).

Tra i molti cittadini che dotarono di rendite la nuova istituzione, alcuni dei quali non vallesi, si trovano le famiglie De Hippolitis, Lista, Tipoldo, Pinto, Di Sevo e Saracino.
L’intenzione era di costituire un luogo idoneo all’educazione delle giovani. Nell’atto si parla, in particolare, di educazione morale e religiosa allo scopo di vestire l’abito monacale. L’obiettivo svela l’uso dell’epoca – siamo in pieno Seicento spagnolo – di far “monacare” le donne delle famiglie abbienti o aristocratiche destinate a non sposarsi per non frazionare il patrimonio. Infatti, chi donava almeno 300 ducati acquistava il diritto a un posto di monaca.

Poche le notizie storiche sullo svolgimento dei lavori. I promotori acquistarono il terreno dalla parrocchia di San Pantaleone. Un giardino a “Capocasale nel luogo detto le forge”, poco lontano dalla chiesa (cfr. G. Maiese, Vallo Lucano e suoi dintorni. Raccolta di notizie storiche, a cura di L. Rossi, Galzerano, Casal Velino, 1983, pp. 333 s.). Con le risorse acquisite cominciarono subito a costruire, ma i lavori vennero realizzati molto lentamente e ci volle quasi un secolo per veder terminato l’edificio. Altri donatori si aggiunsero nel corso degli anni: dai De Marsilio di Vallo agli Scelza di Angellara. Le rendite sembravano non bastare e i lavori di erezione ne risentivano. D’altronde, il periodo storico non era dei migliori. I due casali e l’intero territorio subivano proprio allora le conseguenze demografiche ed economiche della crisi provocata dalla peste del 1656, anche se essi furono tra i primi paesi a riprendersi da quella crisi.
Alla fine del secolo, la fabbrica non era ancora terminata. Nel 1684, il vescovo di Capaccio, Giovanni Battista De Pace, si recò a Vallo in visita pastorale, trovando i lavori eseguiti solo in parte. Nel suo Cronologia de’ vescovi ora detti di Capaccio, pubblicato nel 1752, Giuseppe Volpi scrive, riferendosi al presule, che

“incominciata la visita, passò nel Vallo. Quivi ritrovò imperfetta una gran fabbrica, incominciata fin dall’anno 1626, e destinata da quella Comunità per un Monistero di Sacre Vergini; ond’egli con gran dispendio di suo danaro la compiè sotto il titolo di S. Caterina; e provvedendo le stanze di tutte le comodità necessarie, e la Chiesa di molti quadri, stabilì in quel luogo la sua residenza con grandissimo piacere di quel popolo”
(p. 182 della ristampa anastatica del volume del 1994).

Nessuno dei precedenti vescovi diocesani si era occupato del Conservatorio né della sua chiesa. Mons. De Pace è il primo a fermarsi a Vallo, scegliendola come residenza non ufficiale. Da qui il suo interessamento al monastero, sia alle sue strutture sia alla sua cappella. Questo evidenzia che, sebbene non fosse ancora stata ultimata, la fabbrica del Conservatorio era a fine secolo in larga parte realizzata.
Giovanni Maiese, nel suo citato Vallo Lucano, riprendendo le notizie del Volpi, scrive:

“Fu lui che arricchì la chiesa di S. Caterina dei pregevolissimi quadri che ancora vi si ammirano, fu lui che comprò il grande Crocifisso che è circondato di tanta venerazione dal popolo vallese. Lui infine arredò le stanze del monastero di tutta la mobilia necessaria”. (foto a lato)

Ma il canonico, che scrive nei primi decenni del Novecento, ha anche altre fonti che gli consentono di entrare in alcuni dettagli dell’intervento del vescovo De Pace in favore dell’opera. Per questo, aggiunge, citando le sue fonti, che

“pel solo Crocifisso spese duc. 203, per la Cappella duc. 800, Notaro Sagaria Seniore istrumento del 5 maggio 1697 fol. 48; atti della S. Visita 1698.
I quadri nella chiesa di S. Caterina sono cinque: uno rappresenta il Santo Presepe, un altro la Natività di Maria, un altro S. Barbara, un altro S. Nicola, ed un altro Cristo Morto. Quest’ultimo è di una bellezza straordinaria [foto a lato]. Vi è un altro quadro all’Altare Maggiore rappresentante S. Teresa, ma non è di nessun valore; di pregio è il Crocifisso a grandezza naturale.” (pp. 334 s., nota 34).

Annotazioni di notevole interesse, dal momento che il can. Maiese, quando scrive, è Vicario Generale della Diocesi e Parroco della Cattedrale di San Pantaleone ed ha accesso a documenti oggi perduti o difficilmente reperibili.
La Cappella arredata da De Pace è ancora oggi incorporata nell’edificio e vi si possono ammirare le opere acquistate da quel vescovo, quadri rappresentanti scene sacre di notevole fattura e il crocifisso ligneo a grandezza naturale che costituisce uno dei reperti storico-artistici più pregevoli del territorio.
Mons. De Pace morì nel 1698 dopo quattordici anni di episcopato. Il suo successore, Vincenzo Corcione, fu invece molto meno longevo sulla cattedra capaccese, morendo pochi anni dopo l’entrata in Diocesi. Volpi scrive:

“Morì adunque VINCENZO a gli 8. di Novembre dell’anno 1703. nel Castello del Vallo di febbre maligna, e fu nella Chiesa di S. Catarina seppellito” (ed. cit. p. 186).

La notizia del luogo di sepoltura non è attestata da Maiese (Vallo Lucano, cit.) né da Rossi (Vallen in Lucania. Storia di una diocesi, Ed. del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 119) ed è di difficile verificabilità. In ogni caso, essa pare attestare che agli inizi del nuovo secolo la chiesa fosse completata ed officiata. Grazie al decisivo intervento del vescovo De Pace e ad altri donatori, l’opera nel complesso può dirsi ultimata nei primi anni del Settecento. Infatti, l’Università di Vallo (l’antica denominazione di Cornuti o Corinoti era stata definitivamente abbandonata) chiede a mons. Francesco De Niccolai (vescovo di Capaccio dal 1704 al 1716) di erigerlo in Conservatorio e permettervi, finalmente, l’entrata delle prime monache. Al contempo, essi supplicano il papa Clemente XI di concedere la clausura per lo stesso monastero. Ma è solo il suo successore, Carlo Francesco Giocoli, ad emanare nel 1719 la Bolla di fondazione, con la quale le monache vengono poste sotto la regola di Santa Teresa, con la tutela dell’Ordinario diocesano e il giuspatronato dell’Università di Vallo. Ce ne dà notizia ancora Volpi, per il quale Carlofrancesco Giocoli “introdusse le Monache nel Monistero di S. Caterina del Vallo, fabbricato fin da’ tempi di Monsignor Pace” (ed. cit., p. 201).
Dalla Bolla emerge che le rendite permettevano l’entrata in monastero di 12 monache, che le stesse per l’amministrazione dei beni dovevano eleggersi un Procuratore e scegliersi l’avvocato, il medico, il notaio e le persone di servizio, che il patronato della locale Università constava essenzialmente nella nomina di un Agente generale in carica per un anno con il compito di vigilare sulla complessiva amministrazione del Conservatorio. La chiesa interna era officiata da un cappellano. La dote necessaria per ogni monaca era di 300 ducati, per le converse di 100, mentre per le giovani provenienti da altri casali occorrevano rispettivamente 400 e 130 ducati.

Il Settecento

Ultimata la costruzione dell’edificio e i suoi arredi interni, ottenuta la Bolla vescovile che ne sanciva ufficialmente la fondazione, il Conservatorio di Santa Caterina inizia nei primi decenni del Settecento la sua attività religioso-educativa.
Le prime monache “teresiane” non tardano ad entrarvi, animando l’ampia struttura, già pochi anni dopo l’atto emanato da mons. Giocoli. All’epoca il fabbricato aveva due piani, oltre a degli ambienti ricavati nei lati Nord e Ovest delle sostruzioni e collocati a livello della piazza; mentre sul secondo piano e nella parte del prospetto principale si elevava un’alta soffitta.Nel 1729 il Monastero ospita sette suore, tra cui la Priora, “Suor Angela Maria di S.to Gio. B.sta”, e la Vicaria, “Suor Maria Elisea del Core di Giesù”. Quell’anno

Documento 1

viene ammessa come educanda laica Rosa Sarnicola, figlia di “Mastro Pietro Sarnicola qm. Anna della terra di Poleca”, nella prospettiva di vestire definitivamente l’abito monacale dopo aver fatto la solenne oblazione (Documento 1). Pochi anni dopo, 1745, il loro numero si è incrementato, passando a nove, tra cui sette monache “coriste”, oltre alla Priora, la stessa del ’29, e alla Vicaria, “Suor Maria Celesta del SS.mo Sagramento”. In quell’anno viene ammessa come monaca corista la “S.ra D.a Maria Gabbriella”, figlia di “D. Andrea Scelza, cittadino nativo di qsto Vallo, e della fù D. Caterina di Stefano dei Baroni di Casalnuovo” (Documento 2). I due documenti evidenziano come ad entrare nel Conservatorio fossero non solo le figlie dei casati vallesi, ma anche quelle appartenenti a famiglie dei paesi circostanti, come previsto negli atti fondativi. Si trattava, in genere, di discendenti dalle famiglie dei fondatori o dei successivi donatori, oppure di appartenenti a famiglie che potevano versare la prevista dote. Alla fine del secolo, le suore sono in numero di sette. Nel 1797, infatti, la Priora “Suor Maria Clementina di S. Gio. B.sta” e altre cinque consorelle ammettono “Suor Catarina di S. Luigi Novizia laica” alla “solenne oblazione”. Di essa non viene riportato il nome nel secolo (Documento 3).

La scarsità di documentazione superstite non consente una regolare ricostruzione della vita del Monastero e del numero delle suore e delle educande presenti. Si può comunque affermare che le suore non dovettero essere mai molto numerose, oscillando attorno alla decina. Le rendite complessive, d’altronde, prevedevano un massimo di dodici oblate.

In questo secolo, la storia dell’istituzione si intreccia, in parte, con quella dei principali casati locali e contribuisce a spiegarne alcune strategie socio-religiose ed economiche.

Documento 2

Documento 2

Documento 3

 

 

 

L’Ottocento

Il Monastero esce indenne dalle vicende della Repubblica partenopea del 1799 e da quelle del Decennio francese (1806-15). Diversamente dal Convento dei Domenicani adiacente la Chiesa di S. Maria delle Grazie, non viene soppresso dalle leggi che ridimensionavano Ordini religiosi e proprietà ecclesiastiche. Esso, però, subisce la crisi della nuova temperie culturale, che fa venir meno le “monacazioni”, ne svuota le celle, ridimensionandone le funzioni svolte lungo l’intero arco del precedente secolo. Le famiglie locali sono sempre meno motivate a perseguire le finalità educative, religiose e patrimoniali che le inducevano a far vestire l’abito sacro alle donne destinate a non sposarsi. Così, già nei primi decenni dell’Ottocento, il Conservatorio inizia a perdere la sua ragion d’essere.

Nel 1829 le suore sono soltanto tre, al punto che si chiede al vescovo di Capaccio (mons. Speranza, allora residente a Novi) di permettere il trasferimento a Vallo di tre suore professe provenienti dal “Monastero dei SS. Giuseppe e Teresa” di S. Angelo Fasanella col compito di ristabilire l’antico Conservatorio vallese e di farlo rinascere.
Nello stesso anno, le autorità locali cercano di risolvere il problema della crisi attraversata dall’istituzione provvedendo in altro modo. Mons. Maiese, con riferimento al Conservatorio, scrive:

“Il Decurionato di Vallo nella seduta del 2 giugno 1829 deliberò di cederlo alla Congregazione dei pp. Dottrinari di Caserta con l’obbligo di impiantarvi un Istituto, ma non ostante le vivissime premure del Re non si ottenne nulla”. (Cfr. Vallo Lucano e suoi dintorni, p. 336)

Ugualmente inefficace è il tentativo compiuto pochi anni dopo, nel 1841, dal sindaco Raffaele Stasi di sostituire le “Teresiane” con le “Suore di Carità”, la cui attività viene ritenuta più utile per la comunità locale. Ma l’idea incontra la netta opposizione del Consiglio degli Ospizi, organo di controllo sull’amministrazione degli stabilimenti di beneficenza e dei luoghi pii laicali (cfr. L. Rossi, Vallo della Lucania, Ed. del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2000, p. 40).

Ormai, a metà del secolo si cerca di trovare un diverso e migliore utilizzo alla struttura, ritenendo che il Monastero abbia esaurito il proprio ruolo.
Divenuto nel 1851 centro della nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, erede dell’antica Diocesi di Capaccio, Vallo ha la necessità di avere un Seminario ampio ed efficiente. Ritenendo lontano e poco funzionale il Seminario collocato a Novi, i primi due vescovi diocesani, mons. Marolda e mons. Giampaolo, chiedono, rispettivamente nel 1853 e nel 1855, di poter adibire a tale scopo l’edificio del Conservatorio. Ma le loro richieste non vengono accolte, nonostante la seconda venisse sostenuta anche dal Decurionato di Vallo, con le due delibere del 20 gennaio 1855 e del 18 aprile 1856. Ad opporsi è l’Intendente di Salerno unicamente perché non sa dove collocare le poche monache superstiti, nonostante il vescovo Giampaolo si fosse offerto per ospitarle nel Palazzo Perrelli allo Spio, da poco acquistato per sistemarvi l’episcopio (Vallen in Lucania, pp. 298 s.).
Nonostante le leggi del 1866-67 sulla cosiddetta “liquidazione dell’asse ecclesiastico”, emanate dai governi liberali dell’Italia unitaria, l’antico Monastero non viene soppresso perché dichiarato “Conservatorio laico”, ma continua il problema di trovare una soluzione che consenta di trasformarlo in un’istituzione più utile e adatta ai tempi.
Le amministrazioni comunali succedutesi in questi anni cercano di farne un convitto laico, un orfanotrofio femminile o un istituto di educazione che risponda alle esigenze della borghesia impiegatizia locale. Falliti questi tentativi e in seguito alla morte, nel 1891, dell’ultima oblata, suor Illuminata dello Spirito Santo, si ottiene, invece, la sua trasformazione in Ente morale “Asilo d’Infanzia S. Caterina”, con decreto reale del 29 ottobre 1892.
È la prima struttura di questo genere nella zona, è amministrato dal Comune e si rivolge principalmente alle famiglie povere. La sua attività si svolge per circa cinquant’anni, fino agli inizi degli anni Quaranta del Novecento.

 

   

Il Novecento

Divenuto asilo infantile alla fine del XIX secolo, l’edificio solo in parte e con molto ritardo viene effettivamente adibito a tale scopo. Infatti, i suoi piani e le sue numerose stanze erano già occupate da altre istituzioni ed uffici. Fin dal 1874, il Comune vi aveva sistemato le scuole elementari, consistenti nelle prime due classi maschili e femminili; dal 1876 tutta la parte nord dell’edificio era stata occupata dai soldati di stanza a Vallo, divenendo una caserma militare. Le elementari lasceranno la struttura solo nel 1935, in seguito alla costruzione di un apposito edificio scolastico in paese; i militari, invece, rimarranno fino al 1927, quando il distaccamento vallese verrà soppresso.
In questi decenni l’edificio viene sottoposto a vari interventi strutturali per adattarlo alle diverse funzioni cui è adibito, ma le attività dell’asilo fino agli anni Trenta si svolgono in appartamenti presi in fitto dall’ente.
Nel 1919 una parte della struttura viene utilizzata per ospitarvi le aule del ginnasio, appena aperto a Vallo. Durante il “ventennio fascista”, vi vengono trasferiti la Pretura e vari uffici del regime, quali la Sezione locale del Fascio, quelle della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e dell’Opera nazionale balilla. Nella seconda metà degli anni Trenta, diventa la sede del Corso secondario di avviamento professionale, mentre l’Opera nazionale maternità e infanzia vi impianta un Centro di assistenza materna e infantile, comprendente un consultorio pediatrico, un refettorio materno e un asilo nido (ma solo quest’ultimo viene aperto nell’ottobre 1939 ed è intitolato a Costanzo Ciano). In alcuni locali vengono conservati i materiali e si svolgono le attività dell’Archivio notarile di Vallo.
In definitiva, nei cinquant’anni in cui l’edificio appartiene all’Ente “Asilo d’Infanzia S. Caterina” (1892-1942), la struttura svolge il compito di accogliere alcune delle principali istituzioni funzionanti a Vallo, mentre le attività dell’asilo vi vengono trasferite soltanto dal 1937.

Nel settembre 1942, l’Asilo S. Caterina viene raggruppato con l’Istituto di Educazione “Padre Donato Pinto”, l’altro ente educativo-assistenziale operante a Vallo. Nasce così l’Ente denominato “Istituti Riuniti Padre Donato Pinto e S. Caterina”. Da questo momento in poi, l’edificio entra a far parte dei progetti educativi promossi dall’amministrazione del nuovo ente, e in particolare dal suo presidente, il canonico Alfredo Pinto.
Questi aveva fondato l’Istituto Pinto fin dal 1927 e tre anni dopo ne aveva ottenuto il riconoscimento in ente morale. Al momento del raggruppamento, le attività svolte a Vallo dal suo Istituto erano molteplici, comprendevano la gestione di una scuola materna, di una scuola elementare, di un educandato e di un orfanotrofio femminili, di una scuola magistrale. Inoltre, si estendevano anche alla gestione di due sezioni d’asilo in altri paesi, una a Ogliastro l’altra a Sapri, aperte soltanto da pochi anni.
Ottenuta l’unificazione dei due enti, il canonico Pinto avvia le pratiche per realizzare vari interventi sul fabbricato. Nel corso del 1943, i suoi locali sono, però, occupati prima dai militari del XIII Corpo d’armata di stanza temporanea a Vallo e poi, dopo l’incursione bellica del 15 settembre, dai sinistrati privi delle loro case. Nel primissimo dopoguerra, si provvede alla riparazione dei tetti, alla ristrutturazione della chiesa da tempo in cattive condizioni e ulteriormente danneggiata dagli eventi bellici del 1943, alla sistemazione degli interni e alla sopraelevazione del terzo piano mediante la trasformazione dell’alta soffitta esistente su alcune parti dell’edificio. Nel 1949 viene riaperta al culto la chiesa del Crocefisso, negli anni seguenti viene realizzata la scenografica scala di accesso dalla piazza S. Caterina, viene modificata la facciata principale della struttura, con la realizzazione della terrazza unica al secondo piano e dei pilastri di sostegno che da tre vengono portati a sette. Sugli altri lati vengono realizzate due scale d’accesso ai piani superiori, una a nord, l’altra a est.
Fin dalla sua ricostituzione, nel 1944, il Tribunale viene insediato nei suoi locali al secondo piano, mentre, negli stessi anni, negli ambienti del primo piano viene sistemata la scuola media. Entrambe le istituzioni rimangono nella struttura di S. Caterina fino alla seconda metà degli anni Sessanta, quando vengono costruiti in paese nuovi edifici per ospitarle. Nel 1958, gli “Enti riuniti” vi impiantano la nuova sezione dell’orfanotrofio maschile, voluta dallo scomparso canonico Alfredo Pinto fin dalla seconda metà degli anni Quaranta; mentre vi si svolgono anche le attività dell’Istituto Magistrale, altra sezione degli Enti.
Negli ultimi decenni del XX secolo, l’ampia struttura architettonica dell’ex Conservatorio continua ad essere utilizzata come sede di uffici pubblici ed enti, mentre l’orfanotrofio viene chiuso e il magistrale trasferito altrove.
La solidità del fabbricato e la spaziosità dei suoi ambienti ne hanno consentito, pur attraverso vari interventi strutturali ed estetici, un lungo e diversificato utilizzo. Da Monastero a Caserma, da Asilo a Scuola elementare, da Tribunale a Istituto superiore, Scuola media e Orfanotrofio, fino ai più recenti uffici. In quattro secoli, e soprattutto nell’ultimo appena trascorso, l’edificio pensato dai vallesi del Seicento per le “monacazioni” è stato continuamente rifunzionalizzato per poter rispondere al variare dei tempi. E la sua storia non è ancora terminata…