Le Lancette Spezzate Antonio Pesca

Antonio Pesca, Le lancette spezzate, grauseditore, Napoli, 2018, pp. 111, € 15,00

Sorprende non poco questo piccolo libro, uscito qualche mese fa con perfetto tempismo. Forse, si è un po’ perso fra le tante pubblicazioni apparse in occasione dei quarant’anni della vicenda Moro, l’affaire più drammatico della storia italiana dell’ultimo dopoguerra; ma di certo è meritevole di una lettura attenta e consapevole.

 

E’ un romanzo

È un romanzo, e come tale la storia si dipana secondo un’abile regia in cui il protagonista si muove su uno scenario di segreti, di ricordi e vicende familiari, ma è anche qualcosa di diverso, un viaggio nella notte più buia della Repubblica, per usare l’efficace espressione di Zavoli.

Romanzo storico in cui, purtroppo, molte cose non sono inventate, in cui la fantasia dell’autore si confronta di continuo con una storia che appare inverosimile per la sua complessità e i suoi punti oscuri. Insomma, la materia su cui Antonio Pesca lavora è vera ed è ancora viva, eppure è più incredibile di un romanzo.

Il protagonista, Giovanni Parente, a vent’anni dal “caso Moro”, ripercorre i drammatici “55 giorni” tra il rapimento e l’uccisione attraverso gli articoli di Fernando, giornalista del torinese “XX secolo” e, soprattutto, suo padre. Il dramma nazionale si intreccia con quello personale e familiare del giornalista d’inchiesta piemontese che, dopo averne seguito gli sviluppi di cronaca, a pochi giorni dal ritrovamento del cadavere di Moro, si suicida nelle acque del Po, in maniera inspiegata e apparentemente incomprensibile agli occhi dei suoi e a quelli di suo figlio Giovanni, allora un bambino di otto anni.

E’ un dramma

È il dramma del bambino del ’78 ad essere ripercorso dall’uomo del ’98. Giovanni vuole sapere il perché di quel gesto disperato, vuol conoscere i motivi per i quali lui e la sua famiglia hanno visto spezzate le loro vite, hanno vissuto nel dolore, acuito dall’assenza di un motivo. Così, il protagonista entra in quei vorticosi giorni, si cala nella lettura dei servizi del padre, spesso allusivi ed enigmatici, vive il clima oppressivo di quella quotidianità. Quel clima è ben reso dalla trovata dell’autore di far coincidere i tempi del romanzo con quelli della vicenda di Moro di vent’anni prima. Giovanni Parente, infatti, si muove tra il marzo e il maggio del ’98, in parallelo alla cronaca temporale che va dal rapimento all’uccisione del presidente DC. Durante quei due mesi, le scoperte che fa, leggendo i numeri del giornale dell’epoca e incontrando vari personaggi implicati in modi differenti nella storia giornalistica del padre, sono sempre più incalzanti fino al climax finale, racchiuso nelle ultime dieci pagine.

E’ un percorso

Il percorso del protagonista verso la conoscenza dei fatti e delle loro molteplici implicazioni è, in realtà, il modo attraverso il quale l’autore pone alla nostra attenzione le tante incongruenze del rapimento, della detenzione e dell’omicidio di Moro. Passano sotto i nostri occhi lo scenario di via Fani, insolitamente “affollato”, il mistero di via Gradoli, i documenti trovati nel covo di via Monte Nevoso a Milano, e tanti altri tasselli della storia di quegli anni tutti connessi eppure difficili da tenere uniti. Traspare da ciò il lavoro di documentazione dell’autore, di certo non minore rispetto a quello fatto recitare al protagonista Giovanni.

E’ un giallo

Un giallo fantapolitico, quello scritto da Antonio Pesca. La soluzione c’è, ed è – come nella migliore tradizione del genere – posta nel finale. Giovanni trova la risposta che cercava. Non il nome di un assassino che non c’è, ma le ragioni di un suicidio, tutte interne alla logica della storia, non solo quella del delitto Moro ma quella più ampia della “strategia della tensione”.

Quella risposta è amara al punto che Giovanni, dopo averla trovata, lascia l’Italia, un luogo senza redenzione. Poco prima aveva letto le ultime parole scritte dal padre: “Ci sono posti della terra dove chi vive nella verità, e nell’onestà, si sente a casa. Tra questi posti, però, non c’è l’Italia” (p. 110). E prima ancora, la confessione paterna era stata ancora più dura: “La più grande delusione è l’aver creduto che, raccontando la verità, avrei servito il mio Paese, rendendolo libero. Invece, quelle verità, mi hanno reso solo un uomo morto. Insomma, la mia sconfitta è aver creduto che esistessero un popolo e una patria” (p. 108).

E’ un punto interrogativo

Parole importanti e pesanti funzionali alla trama del romanzo, ma utilizzate anche per scuotere il lettore, costringerlo ad interrogarsi. Dure come un pugno nello stomaco e volte a far interagire finzione e realtà. Chi legge è velatamente indotto a pensare che la storia italiana degli ultimi decenni sia stata un gioco di specchi, un “teatro dell’ipocrisia”, perché “il potere non si regala al popolo, ancor meno a un non popolo come il nostro. L’unica concessione è l’illusione, creata in un grande palcoscenico, dove campeggiano le parole democrazia e libertà, e dove il reale diventa irreale lasciando che la finzione sostituisca la realtà” (p. 108).

E’ un documentario

Non vorremmo aver dato l’impressione che si tratti di una sorta di documentario scritto, pesante alla lettura e pedante nel sollecitare riflessioni politico-morali. No, il libro è un romanzo e come tale si legge in modo scorrevole e con gusto. Nelle poco più di cento pagine il ritmo è incalzante e tutto si muove verso le rivelazioni finali, anche con un piacevole enigma da spy-story quando il protagonista è chiamato a decrittare il messaggio del padre per aprire la fatidica cassetta con i documenti scottanti.

 

Lo stile è buono e non privo di qualche preziosismo. Buoni anche i dialoghi e le descrizioni d’ambiente, con quella Torino primaverile che fa da scenario al dramma interiore. Il protagonista è ben delineato – anche se ciò che interessa all’autore è il suo passato, la sua curiosità e il suo mondo interiore – e vive anche una sua quotidianità di lavoro e di relazioni. Forse, la storia sentimentale con Elena avrebbe meritato più spazio, apparendo appena abbozzata, così come la stessa figura della donna, molto, troppo evanescente. Uno sviluppo maggiore e un ruolo meno marginale del rapporto tra i due avrebbe certamente reso più equilibrato l’intreccio narrativo senza appesantire il testo.

Anche la chiusura appare sbrigativa. Giovanni Parente vola via dal suo Paese ed è un viaggio senza ritorno. Il segreto del padre ha messo in pericolo anche la sua vita. Lui sceglie di salvarsi e i dossier trasmessigli in eredità dal padre – con le loro indicibili verità – finiscono anch’essi “nelle tranquille acque del Po”. Come aveva scritto Fernando, “ci sono cose preziose della vita, insieme alla verità, che solo il fiume può salvare!” (p. 31). Dunque, il vero protagonista sembra essere il Po, che, col suo placido scorrere, custodisce i segreti della turbolenta vita torinese e italiana. Ma quella fuga, se vuole essere una denuncia civile, finisce con l’apparire una sorta di rinuncia alla lotta e, per certi aspetti, quasi un tradimento, un voltare le spalle al suo Paese, a quel “popolo senza memoria e senza sovranità” (p. 110). Ma – dimenticavo – è solo un romanzo, ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti, o esistite, è puramente casuale. O no?!

Manlio Morra

presidente@fattidistoria.org

 

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Author: manlio morra

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