L’EDIFICIO DI SANTA CATERINA IN VALLO DELLA LUCANIA UNA STORIA LUNGA QUATTRO SECOLI

L’odierno edificio di Santa Caterina, posto nell’omonima piazza di Vallo della Lucania, appartiene alla Fondazione “Mons. A. Pinto e S. Caterina”, erede dell’ente educativo fondato nel 1927 dal canonico Alfredo Pinto.

La fondazione del “Conservatorio” e la costruzione del fabbricato

Nella sua struttura originaria, esso risale al XVII secolo, quando le principali famiglie locali fondarono il “Conservatorio di S. Caterina” e iniziarono a costruirlo. Ancora oggi, nell’iscrizione murata sulla porta della cappella interna (chiesa del Crocefisso), può leggersi il giorno di fondazione – 10 aprile 1626 – e l’indicazione dei fondatori (Juspatronatus Universitatis Cornotorum) (foto a lato). La data indica il giorno in cui fu stipulato l’atto di fondazione dal “notaro” Fabrizio Molinaro, mentre il testo chiarisce che la locale università si riservò sulla costruenda opera il diritto di patronato. Questo perché, dei due casali in cui allora si divideva la futura Vallo (Cornuti e Spio), quello di Spio non volle partecipare all’opera.
Il canonico Maiese scrive:

“Alla fondazione concorsero tutti i cittadini dell’università dei Cornuti, i quali presero un tanto per uno,     ciascuno secondo le proprie forze, per la erezione del detto Convento, eleggendo in pubblico parlamento i SS.ri Ascanio de Sevo e Antonio Venturello Maestri e Governatori dell’opera”.
(Cfr. Notizie storiche intorno alla Baronia di Novi Velia e della città di Vallo della Lucania pel Canonico Arcip. D. Giovanni Maiese Delegato della Curia Vescovile di Vallo –1911, vol. II, a cura di L. Rossi, Ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2016, p. 59).

Tra i molti cittadini che dotarono di rendite la nuova istituzione, alcuni dei quali non vallesi, si trovano le famiglie De Hippolitis, Lista, Tipoldo, Pinto, Di Sevo e Saracino.
L’intenzione era di costituire un luogo idoneo all’educazione delle giovani. Nell’atto si parla, in particolare, di educazione morale e religiosa allo scopo di vestire l’abito monacale. L’obiettivo svela l’uso dell’epoca – siamo in pieno Seicento spagnolo – di far “monacare” le donne delle famiglie abbienti o aristocratiche destinate a non sposarsi per non frazionare il patrimonio. Infatti, chi donava almeno 300 ducati acquistava il diritto a un posto di monaca.

Poche le notizie storiche sullo svolgimento dei lavori. I promotori acquistarono il terreno dalla parrocchia di San Pantaleone. Un giardino a “Capocasale nel luogo detto le forge”, poco lontano dalla chiesa (cfr. G. Maiese, Vallo Lucano e suoi dintorni. Raccolta di notizie storiche, a cura di L. Rossi, Galzerano, Casal Velino, 1983, pp. 333 s.). Con le risorse acquisite cominciarono subito a costruire, ma i lavori vennero realizzati molto lentamente e ci volle quasi un secolo per veder terminato l’edificio. Altri donatori si aggiunsero nel corso degli anni: dai De Marsilio di Vallo agli Scelza di Angellara. Le rendite sembravano non bastare e i lavori di erezione ne risentivano. D’altronde, il periodo storico non era dei migliori. I due casali e l’intero territorio subivano proprio allora le conseguenze demografiche ed economiche della crisi provocata dalla peste del 1656, anche se essi furono tra i primi paesi a riprendersi da quella crisi.
Alla fine del secolo, la fabbrica non era ancora terminata. Nel 1684, il vescovo di Capaccio, Giovanni Battista De Pace, si recò a Vallo in visita pastorale, trovando i lavori eseguiti solo in parte. Nel suo Cronologia de’ vescovi ora detti di Capaccio, pubblicato nel 1752, Giuseppe Volpi scrive, riferendosi al presule, che

“incominciata la visita, passò nel Vallo. Quivi ritrovò imperfetta una gran fabbrica, incominciata fin dall’anno 1626, e destinata da quella Comunità per un Monistero di Sacre Vergini; ond’egli con gran dispendio di suo danaro la compiè sotto il titolo di S. Caterina; e provvedendo le stanze di tutte le comodità necessarie, e la Chiesa di molti quadri, stabilì in quel luogo la sua residenza con grandissimo piacere di quel popolo”
(p. 182 della ristampa anastatica del volume del 1994).

Nessuno dei precedenti vescovi diocesani si era occupato del Conservatorio né della sua chiesa. Mons. De Pace è il primo a fermarsi a Vallo, scegliendola come residenza non ufficiale. Da qui il suo interessamento al monastero, sia alle sue strutture sia alla sua cappella. Questo evidenzia che, sebbene non fosse ancora stata ultimata, la fabbrica del Conservatorio era a fine secolo in larga parte realizzata.
Giovanni Maiese, nel suo citato Vallo Lucano, riprendendo le notizie del Volpi, scrive:

“Fu lui che arricchì la chiesa di S. Caterina dei pregevolissimi quadri che ancora vi si ammirano, fu lui che comprò il grande Crocifisso che è circondato di tanta venerazione dal popolo vallese. Lui infine arredò le stanze del monastero di tutta la mobilia necessaria”. (foto a lato)

Ma il canonico, che scrive nei primi decenni del Novecento, ha anche altre fonti che gli consentono di entrare in alcuni dettagli dell’intervento del vescovo De Pace in favore dell’opera. Per questo, aggiunge, citando le sue fonti, che

“pel solo Crocifisso spese duc. 203, per la Cappella duc. 800, Notaro Sagaria Seniore istrumento del 5 maggio 1697 fol. 48; atti della S. Visita 1698.
I quadri nella chiesa di S. Caterina sono cinque: uno rappresenta il Santo Presepe, un altro la Natività di Maria, un altro S. Barbara, un altro S. Nicola, ed un altro Cristo Morto. Quest’ultimo è di una bellezza straordinaria [foto a lato]. Vi è un altro quadro all’Altare Maggiore rappresentante S. Teresa, ma non è di nessun valore; di pregio è il Crocifisso a grandezza naturale.” (pp. 334 s., nota 34).

Annotazioni di notevole interesse, dal momento che il can. Maiese, quando scrive, è Vicario Generale della Diocesi e Parroco della Cattedrale di San Pantaleone ed ha accesso a documenti oggi perduti o difficilmente reperibili.
La Cappella arredata da De Pace è ancora oggi incorporata nell’edificio e vi si possono ammirare le opere acquistate da quel vescovo, quadri rappresentanti scene sacre di notevole fattura e il crocifisso ligneo a grandezza naturale che costituisce uno dei reperti storico-artistici più pregevoli del territorio.
Mons. De Pace morì nel 1698 dopo quattordici anni di episcopato. Il suo successore, Vincenzo Corcione, fu invece molto meno longevo sulla cattedra capaccese, morendo pochi anni dopo l’entrata in Diocesi. Volpi scrive:

“Morì adunque VINCENZO a gli 8. di Novembre dell’anno 1703. nel Castello del Vallo di febbre maligna, e fu nella Chiesa di S. Catarina seppellito” (ed. cit. p. 186).

La notizia del luogo di sepoltura non è attestata da Maiese (Vallo Lucano, cit.) né da Rossi (Vallen in Lucania. Storia di una diocesi, Ed. del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 119) ed è di difficile verificabilità. In ogni caso, essa pare attestare che agli inizi del nuovo secolo la chiesa fosse completata ed officiata. Grazie al decisivo intervento del vescovo De Pace e ad altri donatori, l’opera nel complesso può dirsi ultimata nei primi anni del Settecento. Infatti, l’Università di Vallo (l’antica denominazione di Cornuti o Corinoti era stata definitivamente abbandonata) chiede a mons. Francesco De Niccolai (vescovo di Capaccio dal 1704 al 1716) di erigerlo in Conservatorio e permettervi, finalmente, l’entrata delle prime monache. Al contempo, essi supplicano il papa Clemente XI di concedere la clausura per lo stesso monastero. Ma è solo il suo successore, Carlo Francesco Giocoli, ad emanare nel 1719 la Bolla di fondazione, con la quale le monache vengono poste sotto la regola di Santa Teresa, con la tutela dell’Ordinario diocesano e il giuspatronato dell’Università di Vallo. Ce ne dà notizia ancora Volpi, per il quale Carlofrancesco Giocoli “introdusse le Monache nel Monistero di S. Caterina del Vallo, fabbricato fin da’ tempi di Monsignor Pace” (ed. cit., p. 201).
Dalla Bolla emerge che le rendite permettevano l’entrata in monastero di 12 monache, che le stesse per l’amministrazione dei beni dovevano eleggersi un Procuratore e scegliersi l’avvocato, il medico, il notaio e le persone di servizio, che il patronato della locale Università constava essenzialmente nella nomina di un Agente generale in carica per un anno con il compito di vigilare sulla complessiva amministrazione del Conservatorio. La chiesa interna era officiata da un cappellano. La dote necessaria per ogni monaca era di 300 ducati, per le converse di 100, mentre per le giovani provenienti da altri casali occorrevano rispettivamente 400 e 130 ducati.

Il Settecento

Ultimata la costruzione dell’edificio e i suoi arredi interni, ottenuta la Bolla vescovile che ne sanciva ufficialmente la fondazione, il Conservatorio di Santa Caterina inizia nei primi decenni del Settecento la sua attività religioso-educativa.
Le prime monache “teresiane” non tardano ad entrarvi, animando l’ampia struttura, già pochi anni dopo l’atto emanato da mons. Giocoli. All’epoca il fabbricato aveva due piani, oltre a degli ambienti ricavati nei lati Nord e Ovest delle sostruzioni e collocati a livello della piazza; mentre sul secondo piano e nella parte del prospetto principale si elevava un’alta soffitta.Nel 1729 il Monastero ospita sette suore, tra cui la Priora, “Suor Angela Maria di S.to Gio. B.sta”, e la Vicaria, “Suor Maria Elisea del Core di Giesù”. Quell’anno

Documento 1

viene ammessa come educanda laica Rosa Sarnicola, figlia di “Mastro Pietro Sarnicola qm. Anna della terra di Poleca”, nella prospettiva di vestire definitivamente l’abito monacale dopo aver fatto la solenne oblazione (Documento 1). Pochi anni dopo, 1745, il loro numero si è incrementato, passando a nove, tra cui sette monache “coriste”, oltre alla Priora, la stessa del ’29, e alla Vicaria, “Suor Maria Celesta del SS.mo Sagramento”. In quell’anno viene ammessa come monaca corista la “S.ra D.a Maria Gabbriella”, figlia di “D. Andrea Scelza, cittadino nativo di qsto Vallo, e della fù D. Caterina di Stefano dei Baroni di Casalnuovo” (Documento 2). I due documenti evidenziano come ad entrare nel Conservatorio fossero non solo le figlie dei casati vallesi, ma anche quelle appartenenti a famiglie dei paesi circostanti, come previsto negli atti fondativi. Si trattava, in genere, di discendenti dalle famiglie dei fondatori o dei successivi donatori, oppure di appartenenti a famiglie che potevano versare la prevista dote. Alla fine del secolo, le suore sono in numero di sette. Nel 1797, infatti, la Priora “Suor Maria Clementina di S. Gio. B.sta” e altre cinque consorelle ammettono “Suor Catarina di S. Luigi Novizia laica” alla “solenne oblazione”. Di essa non viene riportato il nome nel secolo (Documento 3).

La scarsità di documentazione superstite non consente una regolare ricostruzione della vita del Monastero e del numero delle suore e delle educande presenti. Si può comunque affermare che le suore non dovettero essere mai molto numerose, oscillando attorno alla decina. Le rendite complessive, d’altronde, prevedevano un massimo di dodici oblate.

In questo secolo, la storia dell’istituzione si intreccia, in parte, con quella dei principali casati locali e contribuisce a spiegarne alcune strategie socio-religiose ed economiche.

Documento 2
Documento 2
Documento 3

 

 

 

L’Ottocento

Il Monastero esce indenne dalle vicende della Repubblica partenopea del 1799 e da quelle del Decennio francese (1806-15). Diversamente dal Convento dei Domenicani adiacente la Chiesa di S. Maria delle Grazie, non viene soppresso dalle leggi che ridimensionavano Ordini religiosi e proprietà ecclesiastiche. Esso, però, subisce la crisi della nuova temperie culturale, che fa venir meno le “monacazioni”, ne svuota le celle, ridimensionandone le funzioni svolte lungo l’intero arco del precedente secolo. Le famiglie locali sono sempre meno motivate a perseguire le finalità educative, religiose e patrimoniali che le inducevano a far vestire l’abito sacro alle donne destinate a non sposarsi. Così, già nei primi decenni dell’Ottocento, il Conservatorio inizia a perdere la sua ragion d’essere.

Nel 1829 le suore sono soltanto tre, al punto che si chiede al vescovo di Capaccio (mons. Speranza, allora residente a Novi) di permettere il trasferimento a Vallo di tre suore professe provenienti dal “Monastero dei SS. Giuseppe e Teresa” di S. Angelo Fasanella col compito di ristabilire l’antico Conservatorio vallese e di farlo rinascere.
Nello stesso anno, le autorità locali cercano di risolvere il problema della crisi attraversata dall’istituzione provvedendo in altro modo. Mons. Maiese, con riferimento al Conservatorio, scrive:

“Il Decurionato di Vallo nella seduta del 2 giugno 1829 deliberò di cederlo alla Congregazione dei pp. Dottrinari di Caserta con l’obbligo di impiantarvi un Istituto, ma non ostante le vivissime premure del Re non si ottenne nulla”. (Cfr. Vallo Lucano e suoi dintorni, p. 336)

Ugualmente inefficace è il tentativo compiuto pochi anni dopo, nel 1841, dal sindaco Raffaele Stasi di sostituire le “Teresiane” con le “Suore di Carità”, la cui attività viene ritenuta più utile per la comunità locale. Ma l’idea incontra la netta opposizione del Consiglio degli Ospizi, organo di controllo sull’amministrazione degli stabilimenti di beneficenza e dei luoghi pii laicali (cfr. L. Rossi, Vallo della Lucania, Ed. del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2000, p. 40).

Ormai, a metà del secolo si cerca di trovare un diverso e migliore utilizzo alla struttura, ritenendo che il Monastero abbia esaurito il proprio ruolo.
Divenuto nel 1851 centro della nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, erede dell’antica Diocesi di Capaccio, Vallo ha la necessità di avere un Seminario ampio ed efficiente. Ritenendo lontano e poco funzionale il Seminario collocato a Novi, i primi due vescovi diocesani, mons. Marolda e mons. Giampaolo, chiedono, rispettivamente nel 1853 e nel 1855, di poter adibire a tale scopo l’edificio del Conservatorio. Ma le loro richieste non vengono accolte, nonostante la seconda venisse sostenuta anche dal Decurionato di Vallo, con le due delibere del 20 gennaio 1855 e del 18 aprile 1856. Ad opporsi è l’Intendente di Salerno unicamente perché non sa dove collocare le poche monache superstiti, nonostante il vescovo Giampaolo si fosse offerto per ospitarle nel Palazzo Perrelli allo Spio, da poco acquistato per sistemarvi l’episcopio (Vallen in Lucania, pp. 298 s.).
Nonostante le leggi del 1866-67 sulla cosiddetta “liquidazione dell’asse ecclesiastico”, emanate dai governi liberali dell’Italia unitaria, l’antico Monastero non viene soppresso perché dichiarato “Conservatorio laico”, ma continua il problema di trovare una soluzione che consenta di trasformarlo in un’istituzione più utile e adatta ai tempi.
Le amministrazioni comunali succedutesi in questi anni cercano di farne un convitto laico, un orfanotrofio femminile o un istituto di educazione che risponda alle esigenze della borghesia impiegatizia locale. Falliti questi tentativi e in seguito alla morte, nel 1891, dell’ultima oblata, suor Illuminata dello Spirito Santo, si ottiene, invece, la sua trasformazione in Ente morale “Asilo d’Infanzia S. Caterina”, con decreto reale del 29 ottobre 1892.
È la prima struttura di questo genere nella zona, è amministrato dal Comune e si rivolge principalmente alle famiglie povere. La sua attività si svolge per circa cinquant’anni, fino agli inizi degli anni Quaranta del Novecento.

 

   

Il Novecento

Divenuto asilo infantile alla fine del XIX secolo, l’edificio solo in parte e con molto ritardo viene effettivamente adibito a tale scopo. Infatti, i suoi piani e le sue numerose stanze erano già occupate da altre istituzioni ed uffici. Fin dal 1874, il Comune vi aveva sistemato le scuole elementari, consistenti nelle prime due classi maschili e femminili; dal 1876 tutta la parte nord dell’edificio era stata occupata dai soldati di stanza a Vallo, divenendo una caserma militare. Le elementari lasceranno la struttura solo nel 1935, in seguito alla costruzione di un apposito edificio scolastico in paese; i militari, invece, rimarranno fino al 1927, quando il distaccamento vallese verrà soppresso.
In questi decenni l’edificio viene sottoposto a vari interventi strutturali per adattarlo alle diverse funzioni cui è adibito, ma le attività dell’asilo fino agli anni Trenta si svolgono in appartamenti presi in fitto dall’ente.
Nel 1919 una parte della struttura viene utilizzata per ospitarvi le aule del ginnasio, appena aperto a Vallo. Durante il “ventennio fascista”, vi vengono trasferiti la Pretura e vari uffici del regime, quali la Sezione locale del Fascio, quelle della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e dell’Opera nazionale balilla. Nella seconda metà degli anni Trenta, diventa la sede del Corso secondario di avviamento professionale, mentre l’Opera nazionale maternità e infanzia vi impianta un Centro di assistenza materna e infantile, comprendente un consultorio pediatrico, un refettorio materno e un asilo nido (ma solo quest’ultimo viene aperto nell’ottobre 1939 ed è intitolato a Costanzo Ciano). In alcuni locali vengono conservati i materiali e si svolgono le attività dell’Archivio notarile di Vallo.
In definitiva, nei cinquant’anni in cui l’edificio appartiene all’Ente “Asilo d’Infanzia S. Caterina” (1892-1942), la struttura svolge il compito di accogliere alcune delle principali istituzioni funzionanti a Vallo, mentre le attività dell’asilo vi vengono trasferite soltanto dal 1937.

Nel settembre 1942, l’Asilo S. Caterina viene raggruppato con l’Istituto di Educazione “Padre Donato Pinto”, l’altro ente educativo-assistenziale operante a Vallo. Nasce così l’Ente denominato “Istituti Riuniti Padre Donato Pinto e S. Caterina”. Da questo momento in poi, l’edificio entra a far parte dei progetti educativi promossi dall’amministrazione del nuovo ente, e in particolare dal suo presidente, il canonico Alfredo Pinto.
Questi aveva fondato l’Istituto Pinto fin dal 1927 e tre anni dopo ne aveva ottenuto il riconoscimento in ente morale. Al momento del raggruppamento, le attività svolte a Vallo dal suo Istituto erano molteplici, comprendevano la gestione di una scuola materna, di una scuola elementare, di un educandato e di un orfanotrofio femminili, di una scuola magistrale. Inoltre, si estendevano anche alla gestione di due sezioni d’asilo in altri paesi, una a Ogliastro l’altra a Sapri, aperte soltanto da pochi anni.
Ottenuta l’unificazione dei due enti, il canonico Pinto avvia le pratiche per realizzare vari interventi sul fabbricato. Nel corso del 1943, i suoi locali sono, però, occupati prima dai militari del XIII Corpo d’armata di stanza temporanea a Vallo e poi, dopo l’incursione bellica del 15 settembre, dai sinistrati privi delle loro case. Nel primissimo dopoguerra, si provvede alla riparazione dei tetti, alla ristrutturazione della chiesa da tempo in cattive condizioni e ulteriormente danneggiata dagli eventi bellici del 1943, alla sistemazione degli interni e alla sopraelevazione del terzo piano mediante la trasformazione dell’alta soffitta esistente su alcune parti dell’edificio. Nel 1949 viene riaperta al culto la chiesa del Crocefisso, negli anni seguenti viene realizzata la scenografica scala di accesso dalla piazza S. Caterina, viene modificata la facciata principale della struttura, con la realizzazione della terrazza unica al secondo piano e dei pilastri di sostegno che da tre vengono portati a sette. Sugli altri lati vengono realizzate due scale d’accesso ai piani superiori, una a nord, l’altra a est.
Fin dalla sua ricostituzione, nel 1944, il Tribunale viene insediato nei suoi locali al secondo piano, mentre, negli stessi anni, negli ambienti del primo piano viene sistemata la scuola media. Entrambe le istituzioni rimangono nella struttura di S. Caterina fino alla seconda metà degli anni Sessanta, quando vengono costruiti in paese nuovi edifici per ospitarle. Nel 1958, gli “Enti riuniti” vi impiantano la nuova sezione dell’orfanotrofio maschile, voluta dallo scomparso canonico Alfredo Pinto fin dalla seconda metà degli anni Quaranta; mentre vi si svolgono anche le attività dell’Istituto Magistrale, altra sezione degli Enti.
Negli ultimi decenni del XX secolo, l’ampia struttura architettonica dell’ex Conservatorio continua ad essere utilizzata come sede di uffici pubblici ed enti, mentre l’orfanotrofio viene chiuso e il magistrale trasferito altrove.
La solidità del fabbricato e la spaziosità dei suoi ambienti ne hanno consentito, pur attraverso vari interventi strutturali ed estetici, un lungo e diversificato utilizzo. Da Monastero a Caserma, da Asilo a Scuola elementare, da Tribunale a Istituto superiore, Scuola media e Orfanotrofio, fino ai più recenti uffici. In quattro secoli, e soprattutto nell’ultimo appena trascorso, l’edificio pensato dai vallesi del Seicento per le “monacazioni” è stato continuamente rifunzionalizzato per poter rispondere al variare dei tempi. E la sua storia non è ancora terminata…

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Author: manlio morra

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