Risorgimento e fascismo sui muri di Vallo

Risorgimento e fascismo sui muri di Vallo

Lapide commemorativa dei De Mattia

 

Qualche mese fa, a proposito dei caduti vallesi della Grande Guerra, abbiamo accennato all’inaugurazione del monumento commemorativo avvenuta il 18 ottobre 1925 (vedi l’articolo di febbraio). Quello stesso giorno, venne scoperta anche la lapide dedicata alla famiglia De Mattia, posta sul muro esterno della chiesa di Santa Maria delle Grazie nella stessa piazza Vittorio Emanuele.

Ci sembra interessante riportare la cronaca dell’evento tratta da un articolo del giornale locale La Voce del Cilento, diretto dall’avv. Tommaso Cobellis, a firma Iman, pseudonimo di Ignazio Mandina.

La lapide ai De Mattia

Dopo l’inaugurazione del monumento ed i discorsi del Vescovo, del Sindaco e dell’on. Torre, (…) si discoprì la lapide ai De Mattia, gloriosi cittadini, che entro due secoli, tennero accesa la fiaccola della Libertà.

Ancora una volta, per questa, solennissima e tardiva, cerimonia, ammirammo e sentimmo la parola suadente e convinta del giovane avv. Luigi Scarpa De Masellis, che, con mirabile ed efficace concisione, tessé la storia del patrio riscatto e l’eroica vita di Diego De Mattia seniore e dei nipoti, rievocando le sofferenze, le torture e l’abnegazione di tutta la patriottica famiglia, ch’ebbe un solo partito, un solo ideale: l’Italia; ed in questo ideale, l’oratore riunì simbolo e significato delle due consacrazioni di oggi.

Ecco l’epigrafe, dettata dall’illustre storiografo nostro, il Senatore Mazziotti

per la libertà de la Patria

Diego De Mattia perì combattendo in Napoli

il 13 – 6 – 1799

de i suoi nipoti

Donato morì prigione, Emilio sul patibolo

il 4 – 4 – 1829

Diego subì l’ergastolo e di poi l’esilio

questa cittadinanza

con legittimo orgoglio

a perpetuo ricordo di tanto fulgore di gloria

dell’eroica famiglia Vallese

pose 1925

Alla cerimonia sono interventi i Fasci, le Sezioni Combattenti, i mutilati, le rappresentanze civiche e le associazioni patriottiche, con labari, gagliardetti e bandiere dei seguenti comuni…

Non era la prima volta che a Vallo si realizzava una lapide commemorativa delle vicende risorgimentali. Nel 1911, in occasione del cinquantenario dell’Unità, erano state apposte sulla facciata principale del municipio, ai lati del portone principale, ben due lapidi recanti la data del 25 giugno. L’una dedicata “Ai martiri del Cilento e della Lucania” dei moti del 1820-21, 1828 e 1848; l’altra “Agli eroi cilentani e lucani” che avevano seguito Garibaldi nel 1860. Inaugurate durante il primo incarico di sindaco di Gaetano Passarelli (1909-1914), su di esse siamo, purtroppo, scarsamente documentati, vista la drammatica incuria degli archivi locali. Possiamo solo limitarci a leggerle, dal momento che fanno ancora bella mostra di sé lì dove furono collocate ormai più di un secolo fa. Ma forse, mai come oggi, esse rischiano di essere mute agli occhi distratti e frettolosi di noi cittadini di un altro millennio.

Lapide sulla facciata del municipio di Vallo (a sinistra del portone)
Lapide sulla facciata del municipio di Vallo (a destra del portone)

Tornando all’evento del 1925, varie osservazioni possono aiutarci a coglierne meglio alcuni aspetti.

Innanzitutto, il contesto e i protagonisti. La cerimonia si tiene in un ambiente politico e amministrativo fascista. Andrea Torre è il deputato locale, eletto appena l’anno prima nella lista voluta dal partito fascista, il vescovo Cammarota e il sindaco Passarelli hanno già espresso più di una simpatia per il governo mussoliniano, il giovane avvocato De Masellis sarà meno di due anni dopo il primo podestà del nostro Comune. Vallo non è ancora del tutto fascista, ma la sua classe dirigente è già fascistizzata, anche se variano il grado di adesione pubblica e di convincimento personale.

È strano sentir parlare dei De Mattia come di coloro che “tennero accesa la fiaccola della Libertà” in un momento – ottobre ’25 – in cui il governo di Mussolini si stava avviando sulla strada del regime autoritario. Ma, a pensarci bene, non lo è poi neanche tanto. Semplicemente, era il discorso pubblico fascista che usava quella storia in maniera strumentale, che si era impossessato sia della guerra mondiale sia del Risorgimento per darne una lettura che legittimasse lo stesso fascismo al potere. Così, la lotta per la libertà e l’unità italiana dei De Mattia negli eventi del 1799 e del 1828 appariva non dissimile dalla lotta per la “rinascita dell’Italia” che il fascismo – in compagnia di molti, troppi, che fascisti non lo erano, o non lo erano ancora – riteneva di aver intrapreso.

Dovremmo scandalizzarci? Forse, sì! Ma letture miopi, anacronistiche e interessate come queste sono onnipresenti nella storia, e non solo in quella italiana.

In secondo luogo, l’autore del testo della lapide. Si trattava di quel Matteo Mazziotti originario di Celso, che dal 1909 era “senatore del regno” e che nel 1906 aveva pubblicato La rivolta del Cilento del 1828. Cantore del Risorgimento locale e delle gesta della sua famiglia, ben conosceva le vicende eroiche e drammatiche dei De Mattia. Anche lui però, in quell’alba di regime, aveva fatto atto di ossequio al fascismo. Forse pensava che i protagonisti maggiori e minori dell’epopea risorgimentale fossero davvero una sorta di precursori del fascismo? O forse era solo l’opportunismo che in quella stagione della storia italiana fu malattia di molti?

Un’altra osservazione. Mentre l’articolo riportato ha come data il 1925, l’anno scolpito sulla lapide è il 1924 (MCMXXIV). Un errore? Una svista grossolana? O forse la lapide risaliva all’anno prima, ma si era ritenuto inopportuno inaugurarla durante il controverso periodo delle elezioni e, poi, durante i drammatici mesi seguiti all’omicidio Matteotti (giugno 1924)? Oppure, più semplicemente, era apparso opportuno inaugurare la lapide insieme al monumento ai caduti, e aspettare quindi il completamento di quest’ultimo? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. L’aiuto di qualche lettore sagace forse potrebbe risolvere il non fondamentale enigma.

Qualche anno dopo – dunque, sempre in epoca fascista – saranno collocate altre due lapidi in tema risorgimentale. L’una ancora in piazza V. Emanuele, sul muro della casa dove nacque Bonifacio Oricchio; l’altra in piazza dei Martiri, dedicata appunto ai “martiri” che in quel luogo caddero durante i moti del 1828. Entrambe recano come data il 1929, il che lascia presumere che furono realizzate in occasione del centenario di quei moti ricorso l’anno prima e festeggiato in paese con una certa solennità. Anche in quel caso senza risparmiare il ricorso alla pesante e strumentale retorica fascista.

Lapide in piazza V. Emanuele
Lapide in piazza dei Martiri

Le cinque lapidi costituiscono una sorta di percorso nella memoria risorgimentale vallese forse da recuperare senza strumentalizzazioni politiche, enfatizzazioni pseudoculturali o ricostruzioni oleografiche a scopo turistico. Insomma, il Risorgimento – e l’uso che ne fece il fascismo, insieme magari al “disuso” che ne facciano noi oggi – lo si può ricordare riconducendo le azioni dei protagonisti al loro tempo e ai loro ideali, senza esaltarli acriticamente come troppo spesso si è fatto e senza avallarne l’oblio come negli ultimi tempi è di moda.

La lezione dei tanti neoborbonici rampanti e dei troppi revisionisti a buon mercato che circolano negli ambienti governativi cavalcando la fragilità della cultura storiografica di noi italiani dovrebbe aver insegnato qualcosa, forse.

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Author: manlio morra

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