Nonostante sia aperto ormai da oltre quarant’anni in ampi locali del seminario, il Museo Diocesano di Vallo rimane poco conosciuto e ancor meno visitato. Forse avrebbe bisogno di essere meglio pubblicizzato, inserito in specifici itinerari museali, farsi notare per incontri e conferenze artistico-culturali, organizzare visite guidate rivolte a pubblici specifici (cosa che si fa già per le scuole), puntare sul turismo religioso al quale il centro diocesi avrebbe molto da offrire: dalla Cattedrale al Santuario di S. Maria delle Grazie, dalla Chiesa del Crocifisso a S. Caterina a quella di S. Nicola allo Spio, a tante cappelle sparse nel territorio e tutte da scoprire (private e pubbliche).
Ma il Museo – da solo – resta un ottimo motivo per venire a Vallo e conoscere la storia di una diocesi ricca anche se periferica, piena di fascino anche se tormentata e sofferente.
Quella dello stesso suo allestimento è una storia travagliata, perché lunga e piena di intoppi e ripartenze. Lo si intuisce già quel 3 luglio del 1982, giorno della sua inaugurazione, quando mons. Giuseppe Casale, vescovo diocesano, iniziando il suo discorso, esclama: “Il Museo Diocesano di Vallo è finalmente una realtà”. E, continuando, afferma: “Realizzato dopo lunghi e faticosi anni di studio, di ricerca e di vaste collaborazioni, il Museo inizia la sua attività”; chiarendone anche le finalità, non limitate all’ovvia tutela e valorizzazione delle opere d’arte, ma estese alla volontà di “dare un valido contributo alla rinascita del Cilento”, rinascita possibile – continua la cronaca della rivista diocesana – solo se si vede in esso una proposta “rivolta a quanti vorranno operare per il rinnovamento della società cilentana”. Una proposta forse mai pienamente raccolta da quel giorno di 44 anni fa da una società tutt’altro che propensa a rinnovarsi, nonostante la sensibilità dei vescovi succedutisi nel tempo.

L’immediato predecessore di Casale, mons. Biagio D’Agostino, era stato il primo dei presuli a mostrare particolare interesse per le opere d’arte sacra, viste come espressione della cultura locale e della fede popolare. Negli anni Sessanta, soprattutto nel corso delle sue visite pastorali, aveva cominciato a raccogliere quadri, statue e oggetti di artigianato sacro per sottrarli all’incuria e alla fatiscenza di chiese e ambienti che non ne garantivano la custodia e la conservazione. Ma, in mancanza di spazi e strutture adeguate in centro diocesi, quel materiale era stato accumulato nei locali dell’episcopio, che ne garantivano sì una maggiore sicurezza ma a discapito di una migliore fruizione da parte di pubblico e studiosi, come si legge in un articolo sul bollettino diocesano di quegli anni. Da qui l’avvertita necessità di una vera e propria struttura museale, che a D’Agostino non era riuscito di realizzare.

L’interesse per l’arte nasceva non solo dalla sensibilità del presule, ma anche da disposizioni provenienti da documenti conciliari, in particolare dalla costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium, promulgata al termine della prima sessione del Vaticano II (4 dicembre 1963). In sede di attuazione di tale documento, già nel gennaio ’64 il papa, col Motu proprio Sacram Liturgiam, ne aveva disposto l’entrata in vigore di alcune parti. Tra queste, l’obbligo per ogni diocesi di istituire tre commissioni: una per la liturgia, una per la musica sacra, una per l’arte sacra. Mons. D’Agostino, nell’adempiere all’obbligo, pochi mesi dopo, aveva nominato per quest’ultima commissione i monss. Pietro Guglielmotti, Carmelo Merola e Angelo Infante. Rinnovando gli incarichi di curia, due anni dopo, la nuova commissione per l’arte sacra era presieduta dal vescovo e formata dagli stessi componenti, ad eccezione di mons. Merola sostituito dal can. Fulvio Parente.
Ad aprile del 1971, la Congregazione per il clero aveva inviato una “Lettera sulla cura del patrimonio storico-artistico della Chiesa” nella quale, – come si legge sul bollettino diocesano – constatando le numerose usurpazioni, le indebite alienazioni, i furti e le distruzioni subite da tale patrimonio, anche a causa di una errata e pretestuosa esecuzione della riforma liturgica nella parte riguardante i mutamenti da apportare ai luoghi sacri, ricordava che le opere antiche d’arte sacra dovevano “sempre e dovunque” essere “ben custodite” e poste “degnamente” al servizio del culto divino; che i vescovi dovevano vigilare con le apposite commissioni perché le modifiche ai luoghi sacri fossero fatte sempre con cautela; e, infine, che, qualora nell’adattamento alle disposizioni liturgiche alcune opere d’arte non si ritenessero più idonee al culto, non dovessero mai essere destinate ad usi profani, ma “collocate in luogo adatto, cioè in un Museo diocesano o interdiocesano, di libero accesso per tutti”.
Dunque, la cura dei beni artistici ecclesiastici passava, in questi anni, dall’essere demandata alla sensibilità personale dei singoli vescovi al divenire una prescrizione generale della Chiesa, dettata da esigenze liturgiche, culturali e/o di aggiornamento della proposta cristiana, in particolare di rinnovamento delle modalità comunicative del messaggio evangelico.
È in questa situazione che si avvia l’episcopato di Casale (1974), il quale, impegnato in un’opera di riforma pastorale ricca di iniziative, nel 1978 istituisce l’Ente diocesano “Museo e Pinacoteca” e l’Ufficio diocesano “Beni culturali”, premessa immediata dell’apertura del luglio ’82.
Grazie al suo attivismo, il vescovo in pochi anni riesce a sollecitare interventi pubblici e a coinvolgere numerosi enti, dalle comunità montane alla soprintendenza salernitana, fino alla regione. Lo testimoniano le presenze nel giorno inaugurale, che vanno dal sottosegretario ai Beni culturali e ambientali ai parlamentari locali, dal presidente della Giunta regionale a quelli delle comunità montane. Partecipano anche l’arch. Mario De Cunzo, soprintendente ai Beni artistici di Salerno e Avellino, l’arch. Gennaro Matacena e la dott.a Antonia d’Aniello, curatori dell’allestimento della struttura. In particolare, Matacena ringrazia gli artigiani di Vallo ritenuti “i veri realizzatori del Museo diocesano”: il “mastro muratore” Gabriele Palladino, il falegname Luigi Paglia, il fabbro Aniello Ruggiero, l’elettricista Aldo De Vita e il pittore Vincenzo Palladino (Comunità in dialogo, maggio-agosto ’82).

L’apertura di luglio è solo una tappa. Infatti, sono allestite solo le prime due sale, ma il programma completo prevede di rendere disponibili altri spazi. Questo perché le opere raccolte in seminario sono molto numerose, comprendendo il nucleo originario voluto da D’Agostino e quelle che si stanno recuperando dalle varie chiese cilentane per salvarle dall’incuria e dal degrado aggravati dalle conseguenze del terremoto di quasi due anni prima sugli edifici sacri. Negli sviluppi della struttura museale si prevede anche il restauro delle opere. Intanto, questo primo allestimento offre già un’idea ampia della ricchezza della storia artistica locale, che spazia dalla pittura quattrocentesca all’oggettistica sacra, con manufatti in argento, in legno e in altri materiali.
La nascita del museo in questi anni non è un caso, ma si inserisce in una stagione di rinnovata consapevolezza culturale conseguente agli interventi post-terremoto. Solo l’anno prima era stata costituita la Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici delle province di Salerno ed Avellino che aveva animato, proprio grazie a De Cunzo, quella nuova consapevolezza che vedeva nei territori periferici come il Cilento delle aree con testimonianze artistiche di grande rilievo, da approfondire e valorizzare.
Negli anni successivi, seppur con lentezza, gli spazi museali vengono ampliati, ammodernati e arricchiti sia di opere sia di strutture (laboratorio di restauro), grazie soprattutto all’interesse mostrato dal vescovo Giuseppe Favale, succeduto nel 1989 a Casale. Di conseguenza, cambiano gli allestimenti e gli spazi espositivi (riaperture del 1994 e del 2003), fino ad occupare in sostanza l’intero primo piano del Seminario diocesano.
Oggi, tra le collezioni esposte spiccano quelle dei polittici e delle tele, mentre meno ricche sono la statuaria e l’oggettistica sacra, che però annoverano pezzi di assoluto rilievo per antichità e pregio artistico. Ne passiamo alcune in rassegna, cominciando dalla “Sala dei polittici”, che ci sembra la più splendida e rappresentativa.
Tre opere da sole basterebbero a rendere preziosa l’esposizione di quadri della struttura vallese. Si tratta del “Polittico della Trasfigurazione” di Marco Pino da Siena, datato al 1577 e proveniente dalla chiesa del SS.mo Salvatore di Torchiara; del “Polittico di Laurino” o di “Sant’Elena” di Cristoforo Faffeo, datato al 1482 e proveniente dalla Collegiata di Santa Maria Maggiore di Laurino; del “Polittico di San Nicola” del Maestro di Stella Cilento, datato al 1520 circa e proveniente dalla chiesa dei Santi Nicola e Bernardino di Stella Cilento. Tutti e tre sono in possesso del museo fin dalla sua prima apertura e sono stati restaurati proprio in seguito al loro recupero. Si tratta, con ogni probabilità, di alcune delle prime opere raccolte da mons. D’Agostino, in quanto le si vede esposte – smembrate – alle pareti dell’episcopio in foto di fine anni Settanta (seconda foto qui sopra).
La composizione del senese (il cui nome completo è Marco di Giovanbattista del Pino, 1521-1583) è formata da sei tavole su cui l’autore (con aiuti della sua bottega) dipinge ad olio figure a dimensione naturale. Infatti, le quattro tavole laterali misurano tutte 190 x 83 cm, quelle centrali 190 x 100. Esse raffigurano, nel registro superiore, da sinistra, San Pietro, la Trasfigurazione e San Paolo; in quello inferiore, da sinistra, Santa Maria Maddalena, una Madonna col Bambino e San Giovannino, Santa Caterina d’Alessandria.


L’artista, considerato un maestro del Manierismo, fu allievo di Domenico Beccafumi, conobbe e fu ammirato da Michelangelo, collaborò con Perin del Vega e Daniele da Volterra. Fu attivo nella sua città e, soprattutto, a Roma e a Napoli, dove si trasferì negli anni ’50, divenendo uno specialista di pale d’altare. A proposito dei dipinti vallesi, Vincenzo Cerino – nella Guida al museo pubblicata dalla Cei nel 2002 – scrive che “un nuovo stile, quello che anticiperà il manierismo napoletano, è già chiaramente leggibile in quest’opera”. Secondo Concetta Restaino, – nel volume del 1990 Il Cilento ritrovato – l’opera, soprattutto la Trasfigurazione, va messa in rapporto con la Trasfigurazione della chiesa napoletana del Gesù Vecchio (1566) e con quella della chiesa del Corpus Domini di Gragnano, eseguita nel 1578. Dunque, pur risalendo agli anni finali della sua vita (quando si avvaleva molto dei suoi collaboratori), l’opera esprime pienamente la visione di questo maestro del Cinquecento italiano (e napoletano).


Il polittico di Cristoforo Faffeo fu realizzato appositamente per la chiesa di Laurino da cui proviene, recando un tempo la data e i nomi dei committenti: Filippo Caputo, abate della collegiata, e d. Giovanni Sacco, procuratore della stessa. L’autore è documentato a Napoli proprio nell’ultimo quarto del Quattrocento e questa sarebbe la sua opera più antica. Peraltro, la raffigurazione su una delle sue tavole di Sant’Elena, eremita del V secolo, il cui corpo è venerato proprio a Laurino, è un’ulteriore attestazione della provenienza e della committenza dell’opera.
Essa si compone di sette parti in olio su tavola, per dimensioni complessive di 250 x 230 cm. Nel registro superiore, da sinistra, Sant’Elena di Laurino, l’Incoronazione di Maria e Santa Caterina d’Alessandria; in quello inferiore, da sinistra, San Girolamo, Madonna col Bambino, e San Vincenzo Ferrer; nella predella, Cristo in Pietà con la Madre e gli Apostoli.

Secondo Cerino – ancora nella Guida indicata – il pittore “descrive con molta dolcezza sia Santa Caterina d’Alessandria sia Sant’Elena. Specialmente in quest’ultima s’avverte una delicatezza che sconvolge, che diventa pura poesia, di quella priva di retorica. Non vi è compiacimento alcuno. L’autore tratta il colore e la figura con una sapienza, che al di là dei riferimenti culturali, che si rifanno alla sua formazione toscano-romana, conquista l’osservatore e lo conduce in un mondo di purezza arcaica”. Per leggere meglio l’opera, bisogna guardarla insieme all’Adorazione dei pastori, dello stesso artista ma di qualche anno successiva, nella chiesa di Santa Maria dei Lombardi di Novi Velia. Entrambe attestano le influenze sul pittore napoletano degli artisti attivi a fine XV secolo presso la corte papale: Melozzo da Forlì, Pinturicchio, Antoniazzo Romano (Pasqualina Sabino ne Il Cilento ritrovato).
La lettura dell’opera evidenzia, quindi, una complessità che non può non affascinare il visitatore più attento e interrogarlo sulla ricchezza della committenza proveniente dalla Collegiata di Laurino, uno dei tesori artistici della diocesi, mentre si abbandona alla dolcezza dei visi delle due sante delle tavole del registro superiore.



Per quanto riguarda il Polittico di San Nicola, la sua attribuzione – a differenza di quello del Faffeo, fin dagli anni ’70 attribuito correttamente al maestro napoletano – è stata a lungo incerta. Questo perché lo si ritenne inizialmente opera di Andrea Sabatini (o da Salerno) – come per lo splendido “Polittico Pinto” nella vallese chiesa di S. Maria delle Grazie –, per poi ascriverlo a un non meglio identificato “Maestro di Stella Cilento” (del quale il museo espone anche una Pietà, olio su tavola proveniente dalla stessa chiesa, ritenuta di esecuzione più tarda). Si tratta, comunque, di un allievo di Sabatini o di un autore non distante dalla sua lezione, come sostiene Francesco Abbate nel volume Il Cilento ritrovato.
Le tavole provengono dalla chiesa dei Santi Nicola e Bernardino di Stella Cilento e sono state datate al 1520 circa. Nel registro superiore, da sinistra, sono raffigurate Santa Lucia, una Madonna col Bambino e Sant’Antonio di Padova; in quello inferiore, da sinistra, San Giovanni Battista, San Nicola di Bari, Santa Margherita. Le dimensioni complessive sono 285 x 230 cm.

I tre polittici coprono, dunque, circa un secolo e consentono di fare – come si espresse Antonia d’Aniello all’apertura del 1982 – “un ideale cammino che prende le mosse dall’ultimo scorcio del secolo XV con il polittico attribuito al Faffeo (1482), ancora intriso di eleganze dallo squisito sapore tardo-gotico, e giunge al polittico di S. Nicola (prima metà del secolo), il cui classicismo sarebbe incomprensibile senza l’apporto decisivo di Andrea Sabatini, e, infine, alla maniera moderna, esasperatamente espressiva del bellissimo polittico della Trasfigurazione (1577) da attribuire, pur ammettendo il contributo di aiuti, al pennello di Marco Pino”.
E potremmo aggiungere che non si tratta solo di un viaggio in quel secolo, ma anche nella pittura italiana rinascimentale con alcuni artisti assai rappresentativi della scena napoletana e di quella toscano-romana, viste le influenze, le suggestioni, le botteghe. Il che pone in connessione il territorio diocesano con alcune delle maggiori correnti artistiche dell’epoca, soprattutto per ciò che riguarda la committenza civile e religiosa, ricca, competente e aggiornata.


Ma la sala espone altre opere pittoriche di tutto rilievo. Vi si ammirano il Dittico di San Mauro Cilento, un olio su tavola molto rovinato in alcune parti, che raffigura San Benedetto e San Giovanni Battista, di inizi XVI secolo, proveniente dalla chiesa di San Mauro di San Mauro Cilento, e attribuito a un autore non meglio identificato se non col titolo di “Maestro dei polittici francescani” datogli da Ferdinando Bologna a metà anni ’50 nel presentare due polittici del Duomo di Salerno di committenza francescana; poco distante, la Natività con San Giovanni evangelista e San Francesco, risalente alla seconda metà dello stesso secolo e proveniente dalla chiesa di Santa Maria Assunta di Giungano, che, per composizione e atmosfera, è attribuita a un ignoto autore attivo nella bottega (o nell’ambito) di Silvestro Buono; di un autore proveniente dall’ambito solimenesco è invece, l’opera Madonna con Bambino e San Gennaro di fine ‘700, un olio su tavola in cui il santo è raffigurato nel momento in cui sta per ricevere la palma del martirio. Belli anche il Sant’Antonio Abate di ignoto (XVI secolo), proveniente dalla chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Agropoli, in cui l’eremita è rappresentato con tutti i suoi attributi iconografici e, sullo sfondo, una scena evocativa delle tentazioni, e la Madonna del Rosario e Misteri, proveniente dalla chiesa di San Filippo d’Agira di Laurito, che reca la data del 1578 e si caratterizza per la sua articolazione in tondi: uno grande centrale, con la Vergine e il Bambino che consegnano la corona a San Domenico e Santa Caterina, e, attorno ad esso, quindici piccoli con la raffigurazione dei “misteri” del Rosario (per tutti, vedi le schede di Cerino ancora nella Guida citata).



Quanto alle tele, uscendo dalla sala, richiamano l’attenzione del visitatore, in particolare, alcune opere del Settecento di ambito solimenesco, quali il San Gennaro e il San Filippo Neri provenienti dalla Collegiata di Santa Maria Maggiore di Laurino, che potrebbero essere anche di mano dello stesso Francesco Solimena, e la Madonna del Rosario proveniente dalla chiesa di Sant’Antonino di Altavilla Silentina. Suggestivo è il San Francesco di Paola proveniente dalla chiesa di San Marco a Futani, di autore ignoto che, per i suoi rimandi alla pittura di Jusepe de Ribera, sembra provenire dalla sua scuola, o dall’ambito di pittori che a lui si richiamano. Infatti, scrive, Cerino, “il volto di questo San Francesco è di una tale espressività naturalistica che solo un profondo conoscitore di Ribera e della sua tecnica pittorica avrebbe potuto realizzare”.
Tra le statue della raccolta vallese, certamente iconica è quella del San Filadelfo proveniente dalla Badia italo-greca di S. Maria di Pattano (un altro gioiello storico-culturale del territorio da aggiungere al discorso sul turismo culturale), in legno scolpito e dipinto, di autore ignoto, probabilmente bizantino, forse di cultura o influenze ottoniane. Essa rappresenta l’omonimo monaco che sarebbe stato il fondatore o uno dei primi egumeni della badia, considerato santo dai confratelli e dalla popolazione locale. La sua datazione è incerta, oscillando dal X al XIII secolo. A quest’ultimo periodo l’aveva ascritta la curatrice del primo allestimento del museo vallese, Antonia d’Aniello, mentre Letizia Gaeta ne indicava una data più alta in Il Cilento ritrovato (XI-XII sec.); Marina Falla Castelfranchi e Rosaria Marchionibus l’avevano, invece, ulteriormente “invecchiata”, considerandola a cavallo tra X e XI secolo (data riportata dalla scheda del museo). Infine, più di recente (Ritorno al Cilento, 2017), Antonio Braca la colloca in pieno XII secolo.
Ciò che è sicuro è che l’antichissimo manufatto ci guarda dalla profondità dei secoli e dalla ricchezza di una storia cilentana ancora non del tutto conosciuta. Scrive L. Gaeta: “La scultura appare caricata di ‘terribilità’: severa e ieratica, essa si presenta rigidamente frontale, l’impenetrabilità risulta accentuata dalla schematica definizione dei particolari: barba a punta, occhi e bocca esageratamente abbassati”.
Secoli di uso e di pessima conservazione ce l’hanno consegnata priva di alcune parti, sicuramente le braccia che si innestavano all’altezza del tronco. Il suo restauro ne ha permesso, però, una migliore lettura storico-critica, per quanto ancora non definitiva. L’opera è uno dei rarissimi e più antichi esempi di sculture bizantine in legno arrivate fino a noi più o meno intatte.


Meritano l’attenzione del visitatore anche il Sant’Antonio del XVI-XVII sec., proveniente dalla Collegiata di Laurino, una scultura lignea policroma con lavorazioni in estofado; il San Pietro e il San Giovanni Battista provenienti dalla chiesa di S. Michele Arcangelo di Acquavella, in legno policromo, risalenti al XV secolo e di autori sconosciuti, seppur ritenuti di ambito meridionale; la Madonna delle Grazie in stucco policromo proveniente dalla chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Stio, della prima metà del XVI secolo e di “ignoto maestro meridionale”. Quest’ultima presenta delle particolarità insolite e preziose, come l’uccellino nella mano sinistra del Bambino e la resa del panneggio della Vergine con effetto di chiaroscuro.
La collezione degli oggetti sacri – dicevamo – pur meno numerosa, presenta dei pezzi di assoluto valore. In mezzo a diversi messali e libri liturgici, a croci d’altare e astili di pregio e di vari secoli, a calici e candelieri di vario tipo, a preziosi abiti liturgici dei vescovi diocesani, spiccano il Cofanetto nuziale della Bottega degli Embriachi e il Calice di San Silvestro.
Il primo risale agli inizi del Quattrocento e proviene dalla collegiata di Santa Maria Maggiore di Laurino (come molti altri pezzi di cui si è parlato). Si tratta di un cofanetto, inizialmente destinato a contenere doni nuziali (ed esso stesso dono pregiato), poi adattato a reliquiario e, con questa funzione, probabilmente giunto a Laurino. L’oggetto è tanto piccolo (cm. 31x26x25) quanto prezioso. A renderlo tale, la data di realizzazione, appunto i primi decenni del XV secolo, e la provenienza originaria, la Bottega degli Embriachi, un’officina di scultori operanti a Firenze e nell’Italia settentrionale tra XV e XVI secolo, le cui opere troviamo oggi esposte anche a Parigi (Louvre) e a Vienna (Kunsthistorisches Museum), come ci informa Antonio Braca in Ritorno al Cilento. Il capolavoro del capostipite della bottega, Baldassarre degli Embriachi, è il monumentale trittico della Certosa di Pavia.
L’officina lavorava diversi materiali, in genere l’avorio e l’osso nelle commissioni più preziose come la nostra. Così lo descrive nel 1990 Antonia d’Aniello: “Intarsi di corno e legni pregiati decorano la base della scatola e il coperchio a pagoda, lungo i cui lati sono raffigurati, su placchette di osso, geni alati affrontati. Sui lati della scatola, nella successione delle placchette sulle quali sono ancora ben visibili tracce consistenti della originaria cromia, si succedono le storie di Paride”.
Di forma esagonale, le placchette d’osso sui lati sono 23, e la scatola doveva essere ancora più preziosa, essendo tuttora visibili delle tracce di doratura. Insomma, un vero gioiello che dice più di quello che appare e che, forse, meriterebbe una di quelle presentazioni video delle mostre d’arte più accorsate.

Quanto al Calice di San Silvestro, il nome gli è dato dalla chiesa da cui proviene (o dal santo rappresentato in uno degli smalti), quella di Sacco dedicata al papa santo. Si tratta di un’opera di Guidino di Guido da Siena, del XIV secolo, in argento e smalti traslucidi. La parte originale del manufatto è solo la base, mentre coppa e quasi l’intero fusto sono aggiunte successive. Nonostante questo, il calice resta prezioso sul piano storico-artistico perché sulla base sono collocate sei placchette in smalto raffiguranti l’Addolorata, il Crocifisso, e i santi Pietro, Paolo, Giovannie Silvestro, tutte pienamente leggibili. Non lo sono invece le figure dei sei santi raffigurate sul nodo del fusto, anch’esse in smalto. L’attribuzione non è problematica grazie all’iscrizione sul fusto in cui si legge Guidino Guidi de Senis me fecit (vedi la scheda di Antonia Cucciniello in Il Cilento ritrovato).
Anche questi oggetti raccontano di una presenza artistica nell’antica diocesi di Capaccio che la connette, per vie intricate e non del tutto ricostruite, ad alcune delle botteghe e correnti artistiche attive in Italia nel basso Medioevo, in particolare toscane.
In conclusione, la nostra è solo una panoramica di presentazione del più vasto allestimento del museo diocesano, che rappresenta un vero catalogo dell’arte nella diocesi lungo i secoli; vuole essere un invito alla visita, al piacere di sostare dinanzi alle opere e, perché no, di meditare su quelle che maggiormente emozionano, mentre se ne acquisisce il significato storico, il valore artistico, la dimensione spirituale.
“La visita a un museo – scriveva mons. Favale nella Guida pubblicata dalla Cei nel 2002 – non è mai una frettolosa passeggiata, durante la quale si gettano repentini sguardi sugli oggetti che cadono sotto gli occhi. È un atto, invece, impegnativo e serio. Si tratta di impegnare intelligenza e tempo, indispensabili per la comprensione delle opere d’arte in esso conservate ed esposte. Il museo è una bellissima cattedra su cui ‘siedono’ opere diverse che, con i loro colori, con la tecnica usata, con i soggetti rappresentati, parlano di storia, di abitudini, di sensibilità, di vita, della cultura di gruppi di persone o di popoli che ci hanno preceduti nel tempo”.
Quella cattedra, riguardandoci da vicino, ci parla ancora. Ben inteso, purché siamo disposti ad ascoltarne il mai invecchiato messaggio!
Ringrazio per la disponibilità e la cortesia la Direzione del Museo Diocesano di Vallo nelle persone degli architetti Raffaele Rammauro e Angelo D’Apolito.



















