Tutta italiana è, invece, la vicenda artistica e umana di Paolo Emilio Passaro, un altro pittore di origini vallesi. Nato nel 1878 nella nostra cittadina, frequenta e consegue il diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli (la stessa dove qualche anno prima avevano studiato Generoso Frate e Donato Di Lorenzo). Diventa discepolo di Domenico Morelli che in quegli anni la dirigeva, legandosi alla sua lezione artistica e poetica. In seguito, di quello che considererà il suo maestro eseguirà anche un ritratto (nel 1921; anche Di Lorenzo aveva ritratto Morelli per il “Circolo napoletano” di Montevideo, ma subito dopo la sua morte nel 1901).


Di lui sappiamo qualcosa di più del solo nome grazie all’architetto Francesco Amorelli che nei primi anni Duemila gli dedicò un volumetto (Paolo Emilio Passaro nella cultura pittorica napoletana di fine Ottocento) ricco di molte sue opere e di un primo tentativo di ricostruzione del suo percorso artistico. Da questa fonte ricaviamo le foto dei suoi quadri e le notizie della sua arte.
Il dato più significativo che vi si può leggere è, forse, che Passaro – pur nell’evoluzione del tratto e del suo sguardo – rimase coerente nel suo stile realistico, più legato al romanticismo di Morelli che ai movimenti e alle avanguardie nate e sviluppatesi a cavallo dei due secoli. Insomma, non fu impressionista, né futurista, né un esponente del gruppo dei macchiaioli, per citare alcuni dei movimenti artistici di quegli anni, pur non rimanendo immobile nella sua interpretazione della realtà, nella resa della luce e delle forme.


“Non si inorgoglì mai – si scrive nel volumetto citato – delle lodi che gli venivano tributate, come quelle della grande mostra collettiva del 1927 tenutasi a Salerno assieme a Monteforte, Avallone e Chiaromonte, o delle varie Biennali Napoletane a cui partecipò, né delle benemerenze acquisite nel campo della sua attività artistica, fra le quali la scuola di pittura molto frequentata e la nomina a docente di ‘figura disegnata’ del 1930 nel Liceo Artistico presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, e negli anni successivi riconfermata. Viceversa, nutriva grande rispetto per l’arte dei suoi coetanei verso i quali mai fu sfiorato da invidie e gelosie che molto spesso sono radicate nella mediocrità e nell’incultura della gente. Aveva soprattutto grande venerazione per il suo Maestro, la sua stella polare, che lo aveva aiutato a gettare le sue basi pittoriche in quell’humus romantico da cui trarrà alimento nel corso della sua carriera artistica”.
Da una rapida rassegna di parte della sua opera, si evince che fu un ritrattista, ma che amava anche le nature morte, non disdegnando i soggetti storici e quelli sacri. Eccellente negli interni, indulgeva nel rappresentare la famiglia, i momenti di vita quotidiana e le atmosfere intime. Sapeva inoltre rendere il mondo interiore dei personaggi ritratti, asservendo i pennelli a uno sguardo di tipo psicologico.

La gran parte delle sue opere si trova presso la pinacoteca del Circolo Artistico e Politecnico di Napoli di cui fu a lungo socio e presso privati o istituzioni pubbliche, quali i comuni di Napoli, Salerno e Vallo. Nella città dove aveva studiato trascorse gran parte della sua vita e qui morì nel 1956.
“Pur non avendo mai assunto atteggiamenti da maestro, P. E. Passaro merita tuttavia una collocazione di riguardo tra le vecchie glorie artistiche di fine Ottocento”, così chiude l’arch. Amorelli, aggiungendo che il pittore vallese, con la coerenza delle sue radici romantiche tutte evidenti nelle sue opere maggiori, “ha saputo trasmettere in cinquant’anni di attività artistica emozioni di vera poesia”.
Parole certamente condivisibili, anche solo dando uno sguardo alle foto qui pubblicate.


Tutt’altra storia quella umana e artistica di un altro pittore vallese: Giovanni Fatigati, per tutti Giannino. La sua vita si snoda nell’arco dell’intero Novecento. Nasce, infatti, nel 1919 poco distante dall’edificio della cattedrale di s. Pantaleone (nei pressi del quale era nato quarant’anni prima anche Passaro) e muore nel 1997 nella sua stessa cittadina, che forse non lo ha mai veramente amato, ammirando (poco) l’artista ma temendo (molto, troppo) l’uomo per le sue particolarità caratteriali e visionarie. Eppure sono proprio queste a farne un artista, forse il maggiore del ‘900 a Vallo.
Anche in questo caso, sappiamo di più sul personaggio delle impressioni e dei ricordi di chi lo ha conosciuto grazie a una pubblicazione, quella curata nel 2008 da Augusto e Dante Lenza e promossa dal comune (Giannino Fatigati, artista). Volume che tenta – riuscendoci – di dar voce all’artista senza sovrapporvi interpretazioni di sorta e di lasciare anche il dovuto – e rispettoso – spazio all’uomo, alle sue sofferenze, al suo tormentato percorso esistenziale. Da esso traiamo spunto per soffermarci sull’autore.

Nei suoi quasi ottant’anni di vita, c’è molto, un po’ di tutto, tante vicende che appaiono forse poco coerenti e ancor meno conosciute e decifrabili (e difficili da datare con precisione). C’è una breve esperienza giovanile di “aspirante frate”, infelice e fallimentare, durante la quale conosce anche Padre Pio rimanendone impressionato (le stimmate, che riprodurrà più e più volte) e avendo con lui un “rapporto controverso”, poco chiaro e difficile da chiarire da cui si svilupperanno non poche delle sue ossessioni.
C’è il mestiere di sarto, che forse impara andando a bottega ma non svolge mai se non per un breve periodo in Inghilterra, dove si era trasferito dopo aver vinto un concorso di cucito (ma la sartoria sarà sempre per lui una forma d’arte, usata per realizzare suoi abiti e soluzioni estetiche utilizzando la macchina da cucire che era uno dei pochi mobili della sua angusta abitazione). Al riguardo, scrive Nunzio Di Giacomo, nel citato libro, che i suoi vestiti, cuciti personalmente, erano “raffinati ed originali, anticipavano mode e tendenze. Pantaloni stretti ‘a sigaretta’. Panciotti colorati con impunture e rifiniture a mano. Giacche ad un petto, a tre bottoni, con baveri a punta di lancia, martingala applicata con vezzosi bottoncini, doppio taschino… a nascondere il capo ‘rivoltato’”.
C’è la drammatica esperienza degli ospedali psichiatrici dove è rinchiuso in anni – i Sessanta e i Settanta – in cui la “legge Basaglia” non li ha ancora trasformati e/o chiusi e questi sono delle vere e proprie prigioni dove il malato, considerato irrecuperabile, viene praticamente sottoposto a torture, deprivato di diritti e vere cure.
Manca invece l’esperienza che forse gli sarebbe stata più utile: quella di una formazione artistica di base acquisita frequentando scuole e istituti d’arte e seguendo pittori più maturi. Fatigati è, in sostanza, un autodidatta; la sua estrazione sociale non gli consente lo studio anche se conosce quello che forse può essere definito un suo maestro. Scrive Antonio La Gloria, nel volume citato, che la sua vocazione poté esprimersi “anche per la frequentazione della bottega di un pittore già affermato nel territorio, Giuseppe Mautone, che sarà costretto ad espatriare negli anni ’50 e si affermerà nel Sudamerica”. Ma anche quello di questo pittore è un nome poco conosciuto – anzi, del tutto dimenticato – che sembra aver seguito gli esempi dei suoi predecessori di quasi un secolo prima: Generoso Frate e Donato Di Lorenzo, emigrati negli anni ’70 dell’Ottocento, rispettivamente in Brasile e Uruguay. Ci piacerebbe saperne di più (unica traccia, un suo quadro esposto nel Municipio di Vallo, forse donato prima di partire o inviato dalle Americhe).
Dunque, il Fatigati pittore sostanzialmente si forma da sé, mettendo insieme le sue disordinate esperienze, forse cercandovi un ordine, un senso che non trova mai davvero. Ma è un autodidatta ispirato, di genio, con una sensibilità superiore o comunque diversa dal normale, che gli consente di riprodurre e trasfigurare sulla tela luce, colori, forme, espressioni. La pittura di Giannino esprime il suo mondo interiore, anzi gli innumerevoli mondi che gli vivono dentro, che stentano a convivere e che devono necessariamente esplodere nella sua arte.
Scrivono gli autori: “La pittura di Fatigati è la rappresentazione dei suoi mondi. Non è, quindi, soltanto una semplice illustrazione di un oggetto, di un volto o di un paesaggio. Al Maestro bastano pochi tocchi per fissare l’immagine e catturare quella luce che impregna e irradia. I colori li crea, li cerca in natura e li plasma su tele ruvide, su cartone, su fogli di legno compensato. C’è la fisicità della creazione nei suoi dipinti dove il pennello è solo il tramite necessario dello spargimento del ‘Sé’ trasfigurato sulla tela. Luce e immagine diventano un tutt’uno”.
Un mondo interiore alimentato dalla sua profonda e intima religiosità, che facilmente diventa visione, rapimento, vago e confuso misticismo animato da presenze che sembrano possederlo, rendendo più fragili i suoi equilibri mentali e dissolvendo quasi la distinzione tra realtà e irrealtà. Riversa tutto ciò sulla tela, e su altre superfici a volte occasionali, più spesso scelte. E allora, ecco le nature morte, i vulcani in eruzione, la violenza della natura, quell’insistenza nel ritrarre gli uccelli morti, perché uccisi dalla violenza umana. Ma c’è anche un Fatigati – come dire – bucolico, che rappresenta paesaggi sereni, la campagna cilentana, gli scorci vallesi, gli angoli del suo rione. Su tutto, a prevalere è sempre il colore che – col tempo – sfuma nella luce dove si perdono forme e contorni.


Ancora gli autori scrivono: “Le lacerazioni che ebbe a partire dagli anni cinquanta e che lo accompagnarono per tutta la vita trovano un contraltare nell’uso tenue e armonioso del colore come se il vitale bisogno di una pace fisica e spirituale potesse materializzarsi solo in quel modo e in quella forma. È questa pace che Fatigati vorrebbe trovare nella agognata tranquilla contemplazione della natura. Ma c’erano i demoni della solitudine, dell’incomprensione, del disagio”.
Ancora sul colore, Giuseppe Palladino scrive che “per il maestro vallese non aveva segreti. […] Giannino Fatigati aveva innato l’entusiasmo dei colori e dei conseguenti contrasti e consonanze e li trattava con la stessa padronanza e lo stesso ardore creativo con cui un compositore accarezza le note”.
A proposito dell’incomprensione e della solitudine, Vincenzo Bruno dice: “Giovanni ha subito torti ed umiliazioni che non auguro a nessuno. Quando parlava spinto da un misticismo esagerato, c’era sempre chi si divertiva a deriderlo, ma nessuno capiva che Fatigati era preso dal fuoco dell’arte e della fede. Credeva nei valori trascendenti e in quelli terrestri ma spesso optava per una realtà dotata di astrattezza. […] ha provato momenti di acuta solitudine, che mentre lo spingevano a creare, lo spingevano pure ad assumere atteggiamenti strani ma nessuno, tranne i pochi veri amici, lo confortavano”. Da qui il suo ritrovarsi nell’arte che lo rende libero, lo eleva al di sopra della materia.
Nonostante questo e, anzi, in mezzo a tutto questo, Giannino, per oltre mezzo secolo, dipinge, disegna, scrive, spesso a commento dei suoi quadri, pubblica su giornali, espone in mostre, ammirato ma mai raggiunto da quel successo cui forse aspirava e che, di certo, meritava.
Fu – scrive Di Giacomo – “un artista tormentato, ma vero. Che merita di essere ricordato e di essere apprezzato, anche per le sue umane vicende, dalle generazioni che non l’hanno conosciuto”.
Sottoscrivo in pieno. Si potrebbe cominciare col dedicargli una via (non credo sia già stato fatto), magari un vicolo – non so – uno slargo. Non è mai troppo tardi per praticare l’arte (e la virtù) della memoria.

A rigore, Vito Formisano – l’ultimo degli artisti di questa incompleta panoramica – non è un pittore vallese, essendo nato nel 1911 a Torre del Greco. Ma possiamo considerarlo nostro concittadino, avendo lavorato prevalentemente a Vallo e nel territorio cilentano e, soprattutto, avendo messo radici in città fin da quando sposò nella seconda metà degli anni Cinquanta una donna locale conosciuta proprio durante le frequentazioni nate nel corso dei suoi lavori. Messa su famiglia, rimane a Vallo per tutto il resto della sua lunga vita, morendovi nel 2003.
Formisano è figlio d’arte. Il padre Francescopaolo era anch’egli pittore, attivo con suoi affreschi in numerose chiese del Napoletano, e può considerarsi il suo primo maestro, quello che lo ha indirizzato a seguirne le orme, scoprendo in lui la vocazione artistica. La frequenza dell’Istituto d’arte della sua città ne evidenzia tale precoce vocazione. Infatti, vince, dopo il diploma, una borsa di studio che gli consente di completare e perfezionare la sua formazione a Roma.

Lo stile e le tematiche dei suoi lavori sono influenzati dai suoi maestri, primo fra tutti ancora il padre. È questi che gli fa conoscere e praticare quella che diventa la sua specializzazione: l’arte sacra. Da ciò consegue l’apprendimento di varie tecniche, che vanno dalla pittura a olio su tela o su intonaco a quella a tempera, dall’acquerello all’affresco, che utilizzerà nelle molte chiese decorate.
La svolta per la sua carriera si presenta agli inizi del ’52, quando è contattato dal vescovo di Vallo, mons. Domenico Savarese, che, impegnato nel restauro della cattedrale per celebrare i cento anni dal trasferimento della sede diocesana in paese, ha bisogno di un pittore che l’affreschi e la decori. Il presule aveva già avuto modo di constatare le capacità del giovane Vito in occasione dei lavori da questi eseguiti nel ’49 nella chiesa parrocchiale di San Martino Cilento (che è forse il suo primo incarico cilentano).
Formisano accetta e si mette a lavoro. Per circa nove mesi, dal gennaio al settembre del ’52, decora e dipinge gli interni della cattedrale e quelli della nuova cappella del seminario diocesano eretta dallo stesso vescovo a completamento della struttura voluta circa vent’anni prima dal suo predecessore Cammarota.
In cattedrale affresca la volta della navata con tre scene della vita di san Pantaleone (la guarigione dello storpio; il martirio; la gloria), purtroppo non più visibili perché rimosse dopo il restauro degli anni Ottanta; sopra gli archi d’ingresso delle due cappelle laterali, realizza le allegorie della Fede e della Carità; sulla volta del presbiterio, il Buon Pastore e, sulla parete di fondo, i santi Pietro e Paolo; nel tamburo della cupola, l’Eterno Padre e nelle vele gli evangelisti (oggi, sostituiti con altri dello stesso autore risalenti al ’94).


Nella cappella del seminario, interviene prevalentemente sul soffitto, dove realizza – ad affresco ed encausto – una Assunzione (a tema con la riproduzione dell’Immacolata di Luca Giordano posta sulla parete del presbiterio) e un Eterno Padre, e in altri due quadri dei finti bassorilievi con puttini.
Le chiese vengono inaugurate tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre del ’52, il risultato è splendido e viene molto apprezzato dai fedeli e dal vescovo committente. Formisano riceve, così, altri incarichi. Due anni dopo realizza il quadro di grandi dimensioni del patrono di Vallo, san Pantaleone, che si espone annualmente in corso Fam. De Mattia (all’epoca via Roma) ad un mese dalla festa (e di cui sarà sempre lui a fare un secondo esemplare – sostanzialmente uguale – trent’anni dopo). Savarese pensa ancora a lui quando – nel 1955 – deve restaurare l’altra grande chiesa vallese, quella di S. Maria delle Grazie, che si prepara a divenire parrocchia.
Anche qui procede alle decorazioni – la chiesa è quasi rimessa a nuovo, con interventi di muratori, marmisti e altri pittori locali (Alfredo Pantaleone Labruna e Ferdinando Maiese) – e realizza diverse opere, tra cui l’affresco raffigurante gli angeli che adorano il monogramma della Vergine, posto in alto sulla parete del presbiterio, e la tempera su muro che rappresenta S. Cecilia, posta sul soffitto della cantoria.

In circa quattro anni è già quasi diventato un vallese, almeno artisticamente. Le sue opere sono presenti nelle principali chiese cittadine, gli ambienti curiali lo tengono in grande considerazione. Così è anche per il nuovo vescovo, mons. Biagio D’Agostino, succeduto nel ’56 al defunto Savarese. Si avvia a diventare uno dei principali pittori d’arte sacra del territorio. Negli anni seguenti lo troviamo attivo in numerose chiese impossibili da elencare, mentre è apprezzato anche da collezionisti privati.
Lavora ancora a Vallo nel ’56, dove realizza una tempera su muro raffigurante la Madonna di Lourdes nella cappella del primo ospedale “San Luca” e dipinge il soffitto della chiesa di San Nicola allo Spio con l’omonimo santo. Lo stesso anno è a Copersito Cilento, dove realizza, tra gli altri, l’affresco sul soffitto raffigurante l’Ascensione di S. Barbara per l’omonima chiesa. A Laurino, per la chiesa di Ognissanti, realizza una S. Lucia Martire (tempera su intonaco, 1957) e un Cristo Re dell’Universo tra santi e beati (affresco sul soffitto, 1958). Torna nella cappella dell’ospedale nel ‘58 per realizzare, con la stessa tecnica, l’Apparizione della Vergine del Sacro Monte di Novi Velia.


Ancora nel ’58 è a Cuccaro Vetere, dove, nella chiesa parrocchiale di San Pietro, raffigura vari apostoli, tra cui Andrea, Bartolomeo, Simone e Giuda Taddeo, e la Crocifissione di Pietro (olio su intonaco). Con la stessa tecnica, sul soffitto rappresenta il Rinnegamento di Pietro.
Nel decennio successivo è a San Biase, dove nel ’61 decora il soffitto della chiesa parrocchiale con l’immagine di San Biagio (tempera su muro); nel ’69 torna nella parrocchiale di Cuccaro per dipingere su tela una Madonna del Rosario contornata dai misteri. L’anno prima, ad Agropoli, aveva dipinto il Calvario per la chiesa dell’Addolorata (tempera su intonaco).

Nel ’78 realizza l’olio su tela della Madonna della Vittoria collocato sul soffitto della chiesa parrocchiale di Massa di cui è titolare la stessa Madonna. Risalgono al 1980 le quattro tele collocate nel presbiterio della chiesa parrocchiale di San Mauro La Bruca (dichiarata nel 1970 Santuario Eucaristico), che rappresentano i miracoli eucaristici di Bolsena (1264), Lanciano (750), Siena (1730) e Torino (1453).


Suoi quadri sono presenti anche a Futani nella chiesa parrocchiale di San Marco Evangelista: San Matteo, olio su tela, 1981; Conversione di San Paolo, olio su tela, 1987. A Ceraso nella chiesa parrocchiale di San Nicola: Gesù Eucaristia, olio su tela, 1985. A Moio della Civitella nella chiesa di S. Veneranda: S. Veneranda Vergine e Martire, olio su tela, 1977.
Da questa non esaustiva panoramica risulta un’attività intensa, continua che ne evidenzia il ruolo via via più importante assunto, soprattutto in ambito diocesano, nel campo dell’arte sacra locale. Sostenuto dal vescovo, decora a Vallo anche le cappelle dell’episcopio, dell’educandato e dell’orfanotrofio Pinto. Ma il raggio della sua attività è più ampio e ci sfugge, se – ad esempio – già a fine anni ’50 è a Viggiano, dove dipinge una Madonna di Fatima per la locale basilica pontificia minore (tempera su muro, 1958), e ad Acquafredda, dove realizza un affresco dell’Immacolata nell’omonima chiesa (1959). La presenza di sue opere è attestata anche ad Amalfi, Sorrento, Nocera, Maratea.

Secondo Mario Modica, “oggi, a giusta ragione, può essere considerato ‘Faro’ di riferimento per tutti coloro che si dedicano all’arte della pittura nel Cilento”.
“Vito Formisano – scrive il figlio – artista completo, è stato soprattutto pittore d’arte sacra e come tale ha svolto un servizio, un ministero, offrendo il suo talento alle comunità di ogni tempo. L’artista sacro non è solo un mero strumento, ma anche un servitore della Parola, di un messaggio… di una religiosità popolare che sostenta la fede di tutti”. E ancora: “La luminosa religiosità dei suoi dipinti, resa con colori delicati e vivaci al tempo stesso, esalta la forza comunicativa delle figure sacre, riflesso della Visione Spirituale della Parola che educa la gente alla fede, alla devozione e induce al raccoglimento e alla preghiera” (F. Formisano, rispettivamente, calendario “Un anno con l’arte sacra del maestro Vito Formisano”, 2022 e 2021).
Un’interpretazione filiale e quindi affettuosa, ma largamente condivisibile. D’altronde, l’identificazione tra l’artista e la sua opera è ciò che caratterizza tutti i pittori su cui ci siamo soffermati.
- Una precisazione.
Questo e il precedente articolo sugli “Artisti vallesi di ogni tempo” apparsi sul presente blog, costituiscono solo una rapida e incompleta panoramica dei pittori vallesi scomparsi attivi in zona e altrove dal Settecento ad oggi. Ciascuno di essi meriterebbe uno studio approfondito, un’attenta monografia basata su ricerche ampie e ampiamente documentate (e qualcuno anche un museo). Qui l’intento era quello di presentarne l’opera – con accenni variamente estesi – per preservarne la memoria, stimolarne lo studio, promuovere la conoscenza di una storia – la nostra – non sempre marginale, né povera di contenuti umani e artistici o priva di una sua originalità. Infine, degli artisti presentati manca una valutazione critica, non essendo chi scrive uno storico dell’arte, né un critico d’arte.












