Nel 1770, don Andrea De Hippolytis realizzò una grande tela dell’arcangelo Michele, consegnandola alla chiesa parrocchiale di san Pantaleone di Vallo. A commissionargliela era stato, probabilmente, il fratello, l’abate Carmine, parroco del casale e da tempo impegnato nell’erezione della nuova grande chiesa edificata accanto a quella medievale. La commissione rispondeva all’esigenza di completare gli interni dell’edificio sacro che, ultimato da pochi anni, era ancora privo di adeguati arredi liturgici ed artistici.
Don Andrea esegue l’opera gratuitamente e ci tiene a farcelo sapere, visto che – in basso a destra della stessa – alla firma aggiunge di averla dipinta “ex devot[ione]”. Quella firma è una delle più antiche testimonianze rimasteci dell’attività e della presenza a Vallo di un pittore locale. Per “locale” intendiamo, naturalmente, “vallese”, dovendo escludere l’autore del cinquecentesco Polittico della Cappella Pinto nella chiesa di S. Maria delle Grazie, attribuito originariamente ad Andrea da Salerno e in seguito a un non meglio identificato “Maestro di Vallo della Lucania” (perifrasi per non dire “autore ignoto”).
De Hippolytis, invece, apparteneva a una delle famiglie più antiche e cospicue di Vallo (meglio, di Cornuti; casale dove il capostipite si era già stabilito agli inizi del XVI secolo). Aveva studiato a Napoli presso i Gesuiti, laureandosi in “utroque iure” (cioè, in diritto civile e canonico) ed esercitando la professione; ma “la sua passione – scrive il can. Maiese – era la pittura”. Per questo, aveva affiancato al diritto l’arte dei pennelli studiando presso i pittori Andrea d’Asti e, soprattutto, Francesco Solimena. “D. Andrea – continua il canonico – frequentò la scuola di questo insigne maestro dal 1718 al 1724, e ne uscì pittore provetto ed espertissimo, come ne fan fede le numerose tele che si conservano nel palazzo di famiglia a Vallo” (tele non so se oggi – a un secolo dall’annotazione del Maiese – ancora esistenti, oppure disperse tra gli eredi o, addirittura, perdute).
Il nostro, dunque, era un avvocato possidente versato nella pittura, che esercitò entrambe le arti sia a Napoli sia a Vallo durante la sua lunga vita (1702-96). Per la chiesa di san Pantaleone realizza – probabilmente nello stesso periodo del san Michele – anche i quattro ovali ancora esposti nelle pareti del transetto, rappresentanti san Giuseppe, san Filippo Neri, san Gaetano, san Francesco Saverio (ma, a parte la prima, tutte le attribuzioni sembrano piuttosto incerte); in quella di S. Maria delle Grazie, la tela per la cappella di famiglia voluta nel 1757 dal fratello Carmine raffigurante san Giuseppe.
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Ma la sua specialità sembra siano stati i ritratti. In paese eseguì, tra gli altri, quelli del vescovo di Capaccio, Zuccari, residente a Novi (e a Vallo), del suo predecessore, mons. Raymondi, del notaio Tommaso Stasi, del duca di Cannalonga, Giovanni Mogrovejo, del marchese di Novi, Ottavio Zattara. Tutti ecclesiastici, aristocratici o notabili; gli unici, d’altronde, che potevano permettersi di pagare un pittore che ne immortalasse l’immagine. Purtroppo, di tali ritratti non ci è riusciti di scovarne nessuno.
La sua raffinata arte pittorica testimonia quanto avesse fatto propria la lezione giovanile alla scuola di Solimena, essendo evidente, soprattutto nel dinamismo dei movimenti e nei panneggi, il suo stile barocco, mediato da un personale uso dei colori e dei chiaroscuri. D’altronde, la grande tela del san Michele fu dipinta in età già avanzata, quando don Andrea aveva accumulato tanta esperienza grazie alle numerose committenze anche napoletane. L’angelo ribelle sconfitto che si osserva in quell’opera richiama molto la stessa figura dipinta nel 1692 da Solimena nel San Michele Arcangelo esposto nella chiesa di San Giorgio a Salerno.


Molto meno informati siamo, purtroppo, di un altro pittore locale settecentesco: Domenico Lettieri. Un suo quadro del 1787 è esposto nella cattedrale di S. Pantaleone. Raffigura la Madonna del Carmine che appare a s. Carlo Borromeo e a santa Maria Maddalena. Non è improbabile, vista la data, che anche in questo caso l’opera sia stata commissionata (e donata) per arricchire l’arredo di una chiesa ancora abbastanza spoglia (solo pochi anni prima era stato sistemato sulla controfacciata l’organo Carelli, mentre a fine secolo sarebbe stato realizzato l’altare centrale in marmo).
Di lui, il solito can. Maiese ci dice che fu un “buon pittore”, non aggiungendo altro, notando forse la notevole differenza di stile e qualitativa rispetto a De Hippolytis. Come quest’ultimo, però, anche Lettieri apparteneva a un’antica e importante famiglia locale, quella dei De Letteriis (o de Licteriis, o de Lettiero), attestati in paese fin dalla fine del XIV secolo. Il loro palazzo era (ed è, ma la famiglia è estinta) poco distante dalla stessa cattedrale. Si tratta dell’edificio nel quale è collocata la cappella di S. Agostino, oggi di proprietà della famiglia Giuliani, dove non è improbabile ci siano altre sue opere o qualche traccia di suoi interventi, risalendo la stessa agli inizi del Settecento.

Nell’Ottocento, la scena artistica locale si fa più ricca e, al riguardo, migliorano notevolmente le nostre conoscenze rispetto al precedente secolo. A spiccare è, in particolare, una famiglia, quella dei De Mattia, conosciuta soprattutto per l’impegno politico antiborbonico di diversi suoi esponenti e il tragico epilogo delle vicende di alcuni di essi. Si dedicano alla pittura Diego junior (1802-1888; fratello di Donato ed Emilio, martiri dei moti del 1828), Nicola e il figlio Salvatore, attivi nella seconda metà del secolo (quest’ultimo, ancora nei primi decenni del Novecento). Su tutti, però, “si leva come aquila il celebre pittore D. Giuseppe de Mattia di Donato ed Elena Pinto”, come scrive il can. Maiese.
Si tratta dell’autore del noto quadro che occupa quasi per intero la parete di fondo del presbiterio della cattedrale di Vallo, in cui è raffigurata la guarigione del paralitico operata da s. Pantaleone al cospetto dell’imperatore. L’opera risale al 1843 e fu realizzata su commissione del sacerdote Nunziato Iannotti (ne abbiamo parlato in un articolo del settembre 2021). Dovette essere, forse, uno degli ultimi lavori del pittore, morto solo tre anni dopo la sua esecuzione (era nato nel 1769).
Don Giuseppe si era formato nella Napoli di fine Settecento alla scuola del maestro Giacomo Milano e del celebre (all’epoca) pittore tedesco Johann Heinrich Wilhelm Tischbein. Da quest’ultimo aveva ricavato il suo stile neoclassico e storico. Al riguardo, il can. Maiese scrive che quello stile è “ammirabile per la libera imitazione degli antichi senza nulla rimettere della propria originalità”; e aggiunge che in seguito alla lezione del Tischbein “si diede con passione allo studio della Storia e della Mitologia. E perché i suoi dipinti fossero informati al vero contemperato coll’ideale, studiò pure, sotto la direzione di ottimi maestri, l’anatomia, il paesaggio e la prospettiva”.
Agli inizi dell’Ottocento, grazie al favore del re, poté soggiornare anche a Roma dove perfezionò la sua arte nelle locali scuole, ottenendo nel 1805 anche un premio dall’Accademia di S. Luca. A Napoli ottenne la direzione della Scuola di disegno “nell’Ordinamento del liceo del Salvatore” e, dopo il “decennio francese”, divenne socio ordinario e professore della Reale Accademia delle Belle Arti.
La sua attività fu intensa. A informarcene è ancora il can. Maiese: “Dipinse una infinità di quadri, i cui soggetti son tratti quasi tutti dalla Storia dell’Antica Grecia, dai poemi di Omero, di Dante e dell’Ossian. Ma le tele che gli hanno assicurata una fama imperitura sono due: la prima abbellisce la nostra Cattedrale e rappresenta il giovane medico S. Pantaleone che in nome di Gesù Cristo guarisce un paralitico alla presenza dell’imperatore Massimiano. La seconda è nella gran sala della Prefettura di Salerno: rappresenta la Scuola Salernitana, o meglio Roberto il Guiscardo che in mezzo alla sua Corte riceve le opere di Galeno per mano del celebre filosofo Costantino Africano. Nell’una e nell’altra, le figure sono a grandezza naturale, e sono mirabili per la magnificenza dello stile e per la espressione delle fisionomie, armonizzando fra di loro in maniera veramente sorprendente”.

Purtroppo, di tale “infinità di quadri” conosciamo solo questi due; gli altri – secondo l’indicazione di Maiese – si trovano (cioè, un secolo fa circa si trovavano) nel palazzo napoletano del barone Valiante (alcuni – aggiunge il canonico – furono venduti in America dai De Marsilio).
Il secondo quadro citato è ancora oggi esposto a Palazzo Sant’Agostino a Salerno, dove arricchisce la Sala “Girolamo Bottiglieri” della Provincia, ente che ha sede nel palazzo (al tempo di Maiese, lo stesso edificio ospitava la Prefettura, trasferita nel 1946 nella sede odierna). Qua sotto ne vedete le foto, per le quali ringrazio il Consigliere provinciale con delega al Turismo, Pasquale Sorrentino. I due quadri sono assai simili per impostazione della scena e figure rappresentate; in particolare, le due figure centrali, il san Pantaleone e il Guiscardo. Si può dire che quella del santo sia sostanzialmente mutuata dalla figura del principe normanno, essendo il quadro salernitano antecedente rispetto a quello vallese (1826 rispetto al 1843).


Alla sua morte, avvenuta a Napoli, fu commemorato dall’accademia di cui era socio, che ne riconobbe il valore di artista e maestro (ed è da questa commemorazione che don Giovanni Maiese trae gran parte delle sue informazioni). Sicché si può ben dire che, pur avendo operato prevalentemente a Napoli e a Roma, De Mattia sia stato il più importante pittore vallese della prima metà dell’Ottocento.
Sono ancora i De Mattia i protagonisti della pittura locale nella seconda metà del secolo. I citati Nicola e Salvatore (padre e figlio) dirigono la Scuola di disegno istituita a Vallo dal comune nel 1874 e attiva per una decina d’anni. Di entrambi sappiamo poco e ancor meno della loro opera. Al primo è attribuito un dipinto della Madonna del Rosario nell’omonima cappella vallese eretta a metà ‘800 e abbattuta agli inizi degli anni ’70 dello scorso secolo (opera di cui, forse, non esiste foto); il secondo fu attivo a lungo soprattutto nell’arte sacra. A Vallo alcuni suoi quadri si trovano nella cappella di S. Caterina (collocati ai lati del grande crocifisso centrale).


Allo stesso periodo appartengono i pittori Pietro della Bruna e Generoso Frate. Il primo è ricordato per la tela raffigurante san Giuseppe realizzata per la cappella della famiglia De Laurentiis (poi passata ai Pinto) in via Filippo Palumbo e per quella di sant’Antonio di Padova nell’omonima cappella della famiglia Oricchio in località Cognulo, entrambe a Vallo; il secondo ebbe una vita breve e movimentata. Nato nel 1859, morì a soli 26 anni. Fece in tempo a frequentare l’Istituto di belle arti di Napoli e a perfezionarsi presso Tommaso de Vivo, famoso pittore dell’epoca; ma, terminata la formazione, emigrò in Brasile dove divenne celebre. Fu premiato all’esposizione di Petropolis dei primi anni Ottanta e ammirato dall’imperatore Pietro II, che ritrasse insieme alla moglie Teresa Cristina di Borbone.
Un’altra storia di arte ed emigrazione – ma più duratura – è quella del pittore, originario di Massa, Donato Di Lorenzo. Nato nel 1852 da un’antica famiglia locale, ebbe come maestro di disegno il citato Nicola De Mattia (non è improbabile che anche Della Bruna e Frate lo avessero come maestro, frequentando forse la sua Scuola di disegno) per poi frequentare l’Istituto di belle arti di Napoli, dove conobbe e fu allievo di Tommaso de Vivo e Domenico Morelli. Quest’ultimo, tra i più importanti pittori italiani del secondo Ottocento, il cui stile romantico e poi verista lo influenzò notevolmente.
Inizialmente fu un ritrattista. Tra le sue prime opere, realizzate a Vallo, vi sono infatti i ritratti di Alessandro Pinto, di Raffaele Passarelli, del vescovo Maglione. Nel 1879 emigrò in Sudamerica, stabilendosi a Montevideo, capitale dell’Uruguay. Si inserì rapidamente negli ambienti della folta comunità italiana, partecipando all’attività del dinamico “Circolo napoletano di mutuo soccorso” della stessa capitale e insegnando in diverse scuole e collegi. Ma la sua influenza si estese anche al di fuori di quegli ambienti, come dimostra la realizzazione del ritratto del presidente della repubblica uruguaiana Vidal (1880, apprezzato dallo stesso presidente). Ebbe numerosi allievi e divenne celebre anche in Argentina (e conosciuto in Italia), partecipando a molte esposizioni nazionali e internazionali, con disegni o quadri spesso premiati.
Nel 1881, ebbe una menzione d’onore all’Esposizione industriale artistica italiana di Buenos Aires per il quadro “Lo zolfanellaio”, seguita lo stesso anno da una medaglia d’oro per un lavoro a matita e da una di bronzo per il quadro “Il vecchio” all’Esposizione italiana artistica di Montevideo; nell’84 e nell’86 la partecipazione all’Esposizione club industriale argentino e alla Seconda esposizione industriale artistica italiana, entrambe nella capitale argentina, gli ottennero un’altra menzione d’onore e una medaglia d’argento. All’Esposizione universale di Parigi del 1889, i suoi quadri “La figlia del pittore” e “Il modello” ebbero la menzione d’onore, mentre all’Esposizione italo-americana di Genova del 1892 ottenne il primo premio per il quadro “Que Fresquita”. Ancora in Italia, gli venne riconosciuta la medaglia d’oro sia per il quadro “Charitas” all’Esposizione triennale di Belle Arti di Milano del 1900 sia per il quadro “Frutti” all’Esposizione internazionale delle industrie e del lavoro di Torino del 1911. Dunque, non solo un ritrattista, ma anche un autore di nature morte.
Per la sua attività, Vittorio Emanuele III lo nomina nel 1915 cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia. A fine Ottocento, prima che salisse al trono, il pittore lo aveva ritratto per il Circolo napoletano di Montevideo, cui era seguito, all’inizio del nuovo secolo, quello della regina Elena (entrambi da foto). In precedenza, aveva ritratto sia Vittorio Emanuele II sia Umberto I (ancora da foto).
Possiamo capire allora perché il nostro can. Maiese, nei suoi quaderni, scriva di lui come di un “pittore valentissimo che fa onore non solo alla sua terra natale, ma all’arte italiana”. D’altronde, Di Lorenzo non aveva mai tagliato i contatti con Vallo, inviando alcuni suoi quadri a vari sindaci del comune, e le amministrazioni locali non avevano mai fatto mancare degli encomi ufficiali all’illustre cittadino. Più volte, sui giornali locali di fine ‘800-primi del ‘900, come “Il Velino”, “La Sveglia Lucana”, “La voce del Cilento”, si leggevano notizie sui successi del pittore.
Nei primi anni del Novecento, aveva donato al comune quadri come il proprio “Autoritratto”, quello di “Vittorio Emanuele II” e “Charitas” (quest’ultimo in riproduzione fotografica). Nel 1924 inviava il quadro “Costanza” (il sindaco era Gaetano Passarelli, figlio di quel Raffaele che lo aveva tenuto a battesimo e da lui ritratto prima di partire per l’Uruguay). Quadri ancora esposti nella casa comunale.
Donato Di Lorenzo muore nel 1937 nella terra che lo aveva accolto più di cinquant’anni prima, decretandone il successo. Il suo paese gli ha dedicato una piazza perché non se ne perda la memoria, che però sembra già assai labile.
(continua)




















Preciso ed esaustivo come sempre.