La vita, la conversione, il martirio di Pantaleone di Nicomedia, la nascita e lo sviluppo del suo culto, la sua espansione in Oriente e in Occidente hanno fatto nascere una tradizione e creato una vasta letteratura sul santo già ampia durante il Medioevo. In particolare, risale alla seconda metà del X secolo quella Passio scritta in greco dall’agiografo Simeone Metafraste, un logoteta (cancelliere di corte) di Costantinopoli, autore del celebre Menologio di Basilio II in cui, tra l’altro, raccolse e rielaborò molte antiche vite di santi. Da tale opera si sarebbe originata la notorietà del nostro santo in Occidente grazie a numerosi altri autori che la usarono come fonte dei propri scritti.
Venendo a tempi decisamente più recenti, troviamo un testo di più facile accesso rispetto a quelli della secolare tradizione agiografica nel romanzo, di inizi anni Duemila, Pantaleone, il medico. Un titolo assai didascalico che non fa mistero del contenuto e delle finalità dell’opera: presentare la vita del santo orientale, romanzandola ma non troppo, conservando cioè il suo nucleo agiografico. Infatti, l’autore scrive che il suo romanzo “tenta di fissare la verità esposta nella leggenda e di completarla con elementi liberamente inventati ma coerenti con il contesto”. Quanto ai fini, scrive che “la vita e la morte del giovane martire hanno commosso gli uomini di tutte le epoche” e generato una venerazione secolare continua. Ed è sulla scia di tale venerazione che lo scrittore intende collocarsi, “nella convinzione che il pensiero e la vita del giovane medico, che certamente era un uomo ‘come te e me’, ha tanto da dire anche alla gente del nostro tempo”.
Ma chi è questo “misterioso” autore? Si tratta di Peter von Steinitz (nella foto di copertina), un monsignore tedesco divenuto sacerdote dopo una vocazione adulta, ordinato nel 1984 da Giovanni Paolo II. La peculiarità di questo scrittore, quella che lo ha avvicinato alla figura del Martire orientale, è di essere stato per oltre vent’anni – dal 1987 al 2008 – parroco della Basilica di St. Pantaleon di Colonia, una delle chiese romaniche più antiche della Germania e centro del culto del santo in questa nazione. Culto, peraltro, molto antico perché portato nel X secolo dalla principessa orientale Teofano (sepolta nella stessa basilica), proveniente da Costantinopoli e andata in sposa all’imperatore Ottone II (siamo, quindi, negli stessi luoghi e nello stesso periodo del citato Metafraste, a segnalare le molteplici vie attraverso cui la vicenda e il culto di S. Pantaleone arrivano in Europa). Peraltro, la stessa principessa porta in Europa anche il culto di S. Nicola (entrambi i culti, però, erano veicolati in quei secoli, soprattutto nel nostro Meridione, anche dai monaci bizantini).

Il romanzo è quasi una biografia (o un tentativo di costruirne una sulla base delle varie Passio conservate dalla tradizione) con alcuni elementi di invenzione riferiti soprattutto a personaggi, ambienti e circostanze particolari. Esso ripercorre i circa 27 anni (278-305) della vita del Santo, tra storia e agiografia (a proposito di contesto storico, si chiarisce anche che il Massimiano che lo mandò a morte nell’estate del 305 non era Diocleziano – dimessosi a maggio dello stesso anno – ma il suo successore Galerio, il cui nome completo era Caio Galerio Valerio Massimiano).
In una Nicomedia divenuta capitale della parte orientale dell’impero romano in seguito alla riforma voluta da Diocleziano (con l’istituzione della “tetrarchia”, il governo a quattro), affacciata sul Mar di Marmara e quasi di fronte alla futura Costantinopoli, si muovono il protagonista, Pantaleone, chiamato vezzosamente anche Panto; sua madre, Eucuba (uno dei due nomi presenti nelle Vite, l’altro è Eubula), che muore lasciando il figlio bambino; suo padre, il senatore e medico Eustorgio, qui presentato – contrariamente a gran parte della tradizione – come convertito grazie all’esempio della moglie quando il figlio è ancora piccolo; la schiava Dafne, personaggio di fantasia che gli fa quasi da madre negli anni dell’adolescenza, segno di come gli schiavi fossero trattati in quella casa; gli amici Critone, Creone, Massimo, Dionisio e Onoria, anch’essi d’invenzione; il prete Ermolao, i cui insegnamenti muovono la sensibilità del giovane Pantaleone fino alla conversione; e vari altri personaggi storici o di fantasia, in genere appartenenti alla corte imperiale – quali lo stesso Diocleziano, sua moglie Prisca, il suo cesare Galerio – o alla chiesa locale – quali il vescovo Antimo, i preti Ermippo ed Ermocrate – poi martiri insieme a lui –, il diacono Saturnino.


In un ambiente ancora largamente pagano ma in cui i cristiani sono in aumento, vivono in pace e possono liberamente esercitare il loro culto, Pantaleone cresce studiando la medicina e seguendo l’esempio paterno. I suoi dubbi giovanili sul senso della vita e sull’essenza dell’amore non sono leniti dal culto degli antichi dei, mentre gli provoca una certa inquietudine mista a curiosità anche quel Gesù di Nazareth di cui gli parlano il padre ed Ermolao. Intanto, diventa sempre più esperto nell’arte medica, conosce erbe e piante, impara i modi e le tecniche per farne unguenti, essenze, tisane, per individuarne il potere curativo. In breve, capisce che quella medica non è una professione ma una vocazione. Non sa ancora, però, a cosa è chiamato e chi è a chiamarlo, pur chiedendoselo di continuo.
Il Pantaleone di von Steinitz, pur dubbioso, è già aperto prima della conversione al mistero di quel Dio che legge nei cuori; e nel cuore di quel giovane, che accorre al capezzale di tanti malati curandoli spesso gratuitamente, c’è una naturale compassione e il desiderio crescente di farsi carico della sofferenza di chi ricorre a lui. Lo scrittore, pur essendo a volte troppo didascalico (ma il suo intento è anche chiaramente catechetico), è bravo a mostrare questa graduale maturazione interiore del suo protagonista, che spesso si chiede se sia inconsapevolmente cristiano come appare allo stesso imperatore che egli riesce a curare con successo grazie alla sua scienza.
La svolta si ha col primo miracolo, il ritorno alla vita del bimbo morso dalla vipera. Lui ne è quasi inconsapevole e avverte che quella è una chiamata. Mentre stava tornando a casa – scrive von Steinitz – “all’improvviso s’impossessò di lui un’inquietudine … Era come se gli si preparasse qualcosa d’importante, un incontro inusuale o un evento inatteso. Avvertiva una sensazione di minaccia, mai provata ma chiara, quale si ha subito prima dello scatenarsi di un terremoto. Si alzò e si guardò intorno. Senza saper perché, andò verso il gruppo di alberi sul lato destro dello spiazzo. Camminò lungo alcune di quelle piante e cespugli e all’improvviso vide qualcosa che gli mozzò il fiato. Sul suolo giaceva, presso una macchia di sambuco, un bimbo morto, una creaturina di circa tre anni. Era lì come se qualcuno lo avesse spinto a terra, la parte superiore del corpo innaturalmente contorta, gli occhi spalancati, la bocca aperta che sembrava ancora gridare. Che cosa era accaduto? Nessun essere umano si scorgeva nei dintorni. Allora Pantaleone vide a una modesta distanza dal luogo dell’infortunio una serpe che si muoveva in fretta verso la boscaglia prossima.
In quell’istante nel suo animo si andò delineando una serie di pensieri che senza sosta si susseguivano fulmineamente: Povero bambino! Chi ha fatto questo? Come posso aiutarlo? Inseguire il serpente che si sta allontanando? Perché Dio permette ciò? Dio è misericordioso! Egli ha inviato Suo Figlio che sana tutte le ferite!
Proprio con la stessa rapidità con cui questi pensieri fluivano in lui, divenne cosciente che non poteva far nulla. … In questo tumulto di pensieri e sensazioni si strappò dalla sua bocca una parola, una parola sola – urlata – un nome: GESÙ!”.
Quel nome gli esce spontaneo, non è una preghiera ma un’invocazione inconsapevole nella quale risuona il percorso che già si stava compiendo in lui. Infatti, solo dopo si rende conto dell’effetto di quel nome, di ciò che era accaduto: “il bambino si ridestava di nuovo, anzi si rialzava da solo e si guardava intorno tutto stupito”, mentre la serpe giaceva “senza vita, stecchita al suolo, come abbattuta da una mano invisibile”.
Ripresosi, Pantaleone “prese in braccio il piccolo, che non sembrava per nulla sconvolto. Cercò dove il serpente l’avesse morsicato. Era sotto il polpaccio sinistro, una ferita piuttosto grossa, che però appariva, stranamente, quasi già sanata. Tutto questo al giovane medico parve strano, anzi, inquietante. Impossibile: il bimbo sul suo braccio gli sorrideva. Eppure era stato davvero privo di vita”. L’autore dà anche un nome al piccolo: Giovanni, chiamato Giògiò dalla famiglia già cristiana.
Il miracolo lo fa decidere per Cristo, dopo aver attraversato un ulteriore periodo di dubbi e tentennamenti. Complice di tale scelta è Ermolao, convinto che quella sia stata una manifestazione di Dio. Così si iscrive al catecumenato: “Due volte alla settimana ascoltava, insieme con alcuni altri giovani adulti, una dettagliata catechesi che il più delle volte teneva lo stesso Ermolao, ma talvolta anche i suoi due assistenti Ermippo ed Ermocrate. Pantaleone era ora come una persona che dopo molto vagolare avesse finalmente trovato la propria strada, su cui non potrebbero più esservi dubbi, e ch’egli si proponesse di seguire con ammirevole risolutezza”.
Due anni dopo, la notte di Pasqua, riceve il battesimo (insieme alla cresima e alla prima comunione). Ma Pantaleone è già impregnato di amore cristiano (proprio per questo il suo catecumenato dura un anno in meno del solito). In questo periodo – scrive don Peter – “nella sua attività di medico aveva quotidianamente l’occasione di rendere evidente alle persone l’amore di Cristo. Non aveva bisogno d’impegnarsi particolarmente: per tutti, specie per i sofferenti, il suo comportamento era improntato a compassione, anzi a misericordia. Specialmente le persone che soffrivano non solo per una malattia, ma anche per la povertà, avevano accesso immediato al suo cuore. Egli riservava loro veramente un trattamento di favore. Quando vedeva che non potevano pagarlo, li curava gratuitamente”.

Pantaleone è, in sostanza, fin da subito un medico “anàrgiro”, la cui gratuità è il segno dell’attenzione verso i sofferenti. Egli è in possesso di un’autentica capacità di risanare chi si offre alle sue cure. La sua medicina è frutto dei suoi studi e del suo amore per il malato in cui vede la figura di Cristo. Gradualmente capisce che, nella sua professione, deve ritrarsi per lasciar spazio al Medico divino. Lo scrittore ce lo presenta più volte mentre cura i suoi pazienti, sì, con gli unguenti da lui preparati, ma anche con le preghiere e imponendo le mani sulle zone doloranti e sul capo. Un’imposizione che gli viene da dentro piuttosto che dalla chiara consapevolezza di poter guarire invocando l’azione divina.
Così è nel caso di Marcello Pompeiano, un personaggio che nella finzione è un amico di famiglia vicino alla corte imperiale e non ostile al messaggio cristiano. Chiamato a curarlo e resosi conto dell’inutilità di ogni cura, Pantaleone invocò Gesù, “si sedé sul bordo del letto, e per prima cosa pose una mano sulla fronte del malato. Quindi sentì di dovergli imporre entrambe le mani sul corpo … Allora si rese conto che sul flaccido corpo di Marcello si muovevano lievemente le mani, che sentiva non sue”. L’effetto è stupefacente e sbalordisce i presenti: “Il colore del viso [del paziente] mutò, le gote non erano più infossate. Trasse alcuni profondi respiri e… si addormentò”. Sembrava morto, ma dopo un po’ si risvegliava, “si sollevava con le proprie forze, si guardava intorno meravigliato e diceva: ‘Ho fame’. Lo stesso Pantaleone si stupì ed ebbe bisogno di alcuni istanti per comprendere quanto era accaduto. ‘Potete dargli da mangiare pane ed uva, poi deve dormire. Nel pomeriggio si potrà alzare. Ringraziate il Signore Gesù, perché non io, ma Lui lo ha risanato!’”. Così dice alla moglie Giulia e alla figlia Aurelia, stupite per quanto hanno visto ed interpretano come qualcosa di misterioso se non di magico. Qualcosa che, però, contribuirà decisamente alla loro conversione.
Il giovane medico ha lasciato operare la Grazia, si è fatto suo strumento, ha messo da parte la sua scienza e anche l’orgoglio di poter guarire con i soli suoi mezzi. Infatti, poco dopo si interroga: “Come mi venne di porre le mani sul capo e sul corpo di Marcello ammalato? Se talvolta impongo le mani sugli ammalati, ciò ha un effetto puramente naturale, in ogni caso finora ho visto questo. Ma questa volta vi fui costretto. Sentii che ora dovevo farlo. Ed avvenne l’inatteso, l’inspiegabile. Questa malattia era proprio mortale. Ma Tu sei il Signore, Tu sei onnipotente. Nessun dubbio che Tu puoi quello di cui nessun essere umano è capace. E intanto egli è guarito completamente”. Era stato lo stesso Ermolao a dirgli che i miracoli avvengono, ma non bisogna attenderseli né ricercarli.


Questo modo di raccontare i suoi miracoli (cioè, come eventi che ne accompagnano lo sviluppo interiore e dei quali egli stesso è il primo a stupirsi e a essere grato) consente all’autore di non presentare il protagonista come un “santino”, cioè una figura già tutta risolta nella sua fede e pienamente corrispondente al ritratto di una secolare agiografia. Al contrario, qui Pantaleone è attraversato da dubbi, è incredulo anche se aperto al mistero, opera in un mondo in cui gli antichi culti degli dei sono ancora vivi e frequentati, anche se hanno perso la sacralità di un tempo e l’appeal dell’epoca di Cesare o Augusto. In molti, si avverte l’apertura verso una diversa spiritualità, più vicina a quel principio unico dei filosofi greci o a quell’Uno della più recente scuola neoplatonica.
Giulia Marciano – personaggio di fantasia – moglie di quel Marcello Pompeiano appena guarito da Pantaleone, così si esprime nei confronti di Prisca, moglie di Diocleziano, a proposito delle sue recenti convinzioni: “…penso che viviamo in un tempo di cambiamenti radicali, e non si può ancora intravedere come andranno le cose. Per parte mia … sono convinta che per ciascun essere umano è straordinariamente importante essere nella verità, senza illusioni, poiché la verità rende veramente liberi. … ora vedo sempre più chiaramente che la verità esiste davvero, e dove la si può trovare”.
È in questa realtà che il cristianesimo comincia a far breccia non solo nei ceti meno abbienti. Pantaleone è espressione di questa espansione che è graduale come i suoi sentimenti verso la nuova fede. Il giovane medico ama nuotare del Mar di Marmara, usare la “tavola a vela” con cui solca le onde, sostare a volte con gli amici sulla spiaggia, non è indifferente al fascino femminile, come dimostra la sua attrazione verso la giovane Aurelia; ma ha anche sentimenti puri, un mondo psicologico profondo e in evoluzione, è attento a sventare i pericoli di corte, come quello di Vespasiana, moglie di Licinio, prefetto dei pretoriani, donna bella ed elegante oltre che potente, la quale – attratta dal suo corpo giovanile e dal suo sguardo espressivo – tenta di sedurlo invano. Pantaleone, colpito dalla sua bellezza, quasi cede alla sua sensualità (‘Che età potrà avere?’ pensò Pantaleone, che appena poteva ancora opporre resistenza alla malia di lei. ‘Di sicuro già sulla trentina, e con certezza è anche maritata’. Nonostante i suoi sensi in subbuglio riuscì in qualche modo a mantenere la testa a posto. Tuttavia si affacciò anche un altro pensiero: ‘e chi dice, poi, che queste convenzioni valgano per tutti? Non è la sua straordinaria bellezza motivo sufficiente per concedersi, per una volta, un’eccezione?’), ma resiste e questo gli costa la vendetta della donna che, umiliata da un rifiuto cui non è abituata, lo farà bastonare da tre picchiatori prezzolati.
Anche quello del cieco ha le stesse caratteristiche degli altri miracoli. Incontrato in mezzo alla folla quando Pantaleone è già stato arrestato e sta per essere condotto davanti all’imperatore, la scena si svolge in questo modo. Il nostro lo guardò e “gli disse ‘Sono Pantaleone, il medico; posso fare qualcosa per te?’. Il cieco si calmò all’istante. Poi esclamò, con voce rotta dal pianto da cui traspariva tutta la pena della sua vita triste: ‘Signore, potete farmi vedere?’. Pantaleone fu preso da profonda compassione. … Indirizzò uno sguardo al cielo e disse sottovoce: ‘Padre celeste, donagli la vista!’. Egli seguì ora un’ispirazione improvvisa, toccò il capo dell’uomo e tracciò con il pollice una croce su ciascuno degli occhi”. L’uomo, all’improvviso, riacquistò la vista. “Pantaleone si chinò confuso sul risanato e gli disse a bassa voce: ‘Ringrazia il Signore Gesù Cristo, ché non io ti ho reso la vista, nessun essere umano può fare ciò, ma solo Lui!’. L’uomo era diviso tra gioia entusiastica e timore della folla”.
A questo punto del racconto, Pantaleone è già diventato un alter Christus, non compie miracoli ma è Cristo che li compie per mezzo suo. La sua confusione al riguardo non esprime più tanto i dubbi che hanno attraversato tutto il suo percorso di vita, e che l’hanno reso umano agli occhi del lettore, ma l’umiltà della sua fede. È quindi pronto ad affrontare le dure prove del martirio. Infatti, quando informa Ermolao che sta per iniziare la persecuzione dei cristiani, il prete gli dice: “Questo è l’inizio della fine. Ora bisogna esser forti e dar forza agli altri. Leone, sei pronto a combattere?”. E Pantaleone, che in Ermolao vedeva quasi un padre, “rispose semplicemente ‘Sì!’ e gioì quando il vecchio lo abbracciò”. Con la stessa fermezza, che esprime la compiuta maturità della sua fede, risponde al nuovo imperatore, Galerio, che lo interroga per farlo desistere dal suo credo: “Maestà … nelle nostre Sacre Scritture vi è una massima che ogni persona ragionevole può applicare: ‘Si deve ubbidire più a Dio che agli uomini’. In linea di principio sono volentieri disposto ad obbedire ai vostri ordini, ma Dio viene prima. Non posso rinnegare l’unico e vero Dio. Egli soltanto è Signore sulla vita e sulla morte”.
Insomma, la coscienza al di sopra di ogni dovere, la libertà interiore prima del potere e dei suoi condizionamenti. Forse è questo ciò che ancora oggi la vicenda del medico di Nicomedia riesce a comunicarci, pur attraverso secoli di letture agiografiche e ricostruzioni leggendarie, e che von Steinitz fa trasparire in un romanzo che, da un lato, aggiunge leggenda a leggenda, dall’altro, recupera quel fondo di verità che gli pare di aver individuato nel corpus narrativo sull’antico santo orientale. Verità che chiede e suscita fede, ma capace di interrogare chiunque in ogni tempo: noi, devoti del megalomartire; i lettori, magari scettici ma dotati di mente e cuore aperto.



