Il Giubileo è un evento religioso e civile, personale e sociale, cristiano e universale. Anche quando è ordinario, come quello di questo 2025, ha in sé qualcosa di straordinario. Carattere particolare conferitogli non solo dalla sua periodicità venticinquennale – dunque, alla portata di una vita umana ma non così distanziato nel tempo da renderlo abitudinario – quanto soprattutto dal suo significato generale e dai contenuti particolari di ogni sua celebrazione.
Il Giubileo è tempo di salvezza, anzi tempo salvato; spazio di liberazione personale e liberato dalle angustie del potere, dalle ingiustizie economiche, dall’oppressione sociale. Istituito dalla Torah ebraica, imponeva ogni 50 anni di far riposare la terra, rimettere i debiti, liberare gli schiavi. Insomma, serviva a ricordare che l’unico vero proprietario è Dio, che la società deve essere fondata sulla giustizia, sulla libertà e sulla fraternità. Si trattava, e si tratta, di un’utopia mai messa in pratica, il cui valore però è rimasto nel tempo e si presenta anche a noi cristiani.
Per noi, infatti, a realizzare quegli ideali è Gesù; è lui che ripropone e rilancia il desiderio di una società rinnovata, di un mondo pacificato, di rapporti umani non più fondati sull’egoismo ma sulla fratellanza che deriva dall’essere – e che ci rende – tutti figli di Dio. Valori in larga misura condivisibili anche in ambito laico.
Quanto ai contenuti particolari, quello del 2000 fu il Grande Giubileo che apriva il terzo millennio cristiano e che molti di noi ricordano per la carismatica figura di Giovanni Paolo II; nel ’75, invece, Paolo VI, in una società fortemente laicizzata e in larga misura atea, aveva celebrato un Anno Santo di “rinnovamento e riconciliazione”; quello di Pio XII nel ’50 era stato il Giubileo del “grande ritorno” dell’umanità alla giustizia divina, a pochi anni dalla fine del conflitto mondiale. Più in generale, al centro di ogni Giubileo cristiano ci sono i temi del perdono, della riconciliazione, del ritorno a Dio.
La bolla Spes non confundit, del maggio ’24, con la quale papa Francesco indiceva l’Anno santo, mette al suo centro la speranza, quella cristiana che “non delude”, come scrive Paolo ai Romani; e non può deludere perché essa è Cristo stesso. Scrive il papa, citando ancora l’Apostolo delle genti: “La speranza cristiana, in effetti, non illude e non delude, perché è fondata sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino” (n. 3). Ecco, dunque, l’asse tematico di questo Anno Santo 2025, che ci invita ad essere “pellegrini di speranza”, cioè a cercarla e a portarla agli altri, a non scoraggiarci di fronte all’imprevedibilità del futuro, anche perché “nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene” (n. 1).
Figlia della speranza – scrive ancora il papa – è la pazienza: “Siamo ormai abituati a volere tutto e subito, in un mondo dove la fretta è diventata una costanza. … La pazienza è stata messa in fuga dalla fretta, recando un grave danno alle persone”. Questa virtù non è più di casa nell’epoca di Internet: “Se fossimo ancora capaci di guardare con stupore al creato, potremmo comprendere quanto decisiva sia la pazienza. Attendere l’alternarsi delle stagioni con i loro frutti; osservare la vita degli animali e i cicli del loro sviluppo; avere gli occhi semplici di San Francesco” (n. 4). E, soprattutto, scoprire che il primo ad essere paziente con noi è Dio.
A coltivare queste virtù in maniera sublime sono stati i santi e Maria. Tra i primi, soprattutto i martiri: “La testimonianza più convincente di tale speranza ci viene offerta dai martiri, che, saldi nella fede in Cristo risorto, hanno saputo rinunciare alla vita stessa di quaggiù pur di non tradire il loro Signore. Essi sono presenti in tutte le epoche, forse più che mai, ai nostri giorni, quali confessori della vita che non conosce fine. Abbiamo bisogno di custodire la loro testimonianza per rendere feconda la nostra speranza” (n. 20).
Maria, invece, è “Madre della speranza”: “La speranza trova nella Madre di Dio la più alta testimone. In lei vediamo come la speranza non sia fatuo ottimismo, ma dono di grazia nel realismo della vita. Come ogni mamma, tutte le volte che guardava al Figlio pensava al suo futuro, … E ai piedi della croce, mentre vedeva Gesù innocente soffrire e morire, pur attraversata da un dolore straziante, ripeteva il suo ‘sì’, senza perdere la speranza e la fiducia nel Signore” (n. 24).


Alla luce di quanto sopra, possiamo cogliere il motivo di fondo per cui a Vallo si è deciso di creare una sorta di simbiosi tra le due feste patronali estive, dando a entrambe una intonazione giubilare e facendo sintesi dei due culti: quello del martire Pantaleone, uno dei “testimoni della speranza”, e quello della Madonna delle Grazie, “Madre della speranza”. L’occasione era ghiotta per celebrare in forma e con contenuti particolari le due ricorrenze, per tenerle distinte, come storia e tradizioni locali vogliono, e, al contempo, avvicinarle e unirle mediante i temi posti al centro della riflessione giubilare.
E così, il programma festivo si è allungato fino a raggiungere quasi i due mesi, dall’inizio della novena alla Vergine, con la suggestiva cerimonia dell’intronizzazione della Madonna delle Grazie avvenuta il 22 giugno, alla reposizione nella sua nicchia tradizionale della stessa sacra icona, avvenuta il 14 agosto, significativamente vigilia dell’Assunta. In mezzo, la festa del 2 luglio, la Peregrinatio del quadro e della reliquia, la novena in onore di San Pantaleone, le processioni del 26, 27 e 28 luglio, più numerose del solito (ben cinque invece di tre), e altre iniziative di carattere religioso e civile.
22 giugno: intronizzazione Madonna delle Grazie
(foto R. Fierro)
Si può ben dire che il cartellone dell’estate giubilare vallese non si sia solo allungato, ma soprattutto arricchito di manifestazioni spirituali, di momenti emotivamente forti e carichi, di eventi che rimarranno nel cuore di ciascuno e nella memoria di tutti. Ogni lettore, in particolare chi ne è stato testimone, andrà subito con la mente alla processione del 27 sera, quella dei santi più la Madonna. Ed è indubbio che quello è stato l’evento clou, su cui anche noi ci soffermeremo più a lungo; ma anche altre iniziative, come ad esempio la Peregrinatio meritano la nostra attenzione.
Oggetto di questo “peregrinare” sono stati una reliquia ossea di San Pantaleone, appositamente fatta venire da Roma, e un quadro della Madonna delle Grazie. Quest’ultimo, costituito da una foto della statua, ha una storia interessante che si collega a un altro evento locale importante: il Bicentenario del 1988. In occasione di quel “Decennio” particolare, il decimo della serie, esso era stato realizzato per la Peregrinatio Mariae, tenuta tra aprile e maggio di quell’anno nei rioni e nelle frazioni di Vallo. Chiese e cappelle locali – grazie all’iniziativa voluta dal compianto parroco dell’epoca, don Mario Sibilio – ospitarono quel quadro, offrendo alle singole comunità un modo efficace di prepararsi alla festa mariana. Il quadro era stato benedetto da Giovanni Paolo II nel dicembre dell’anno prima, quando l’Arciconfraternita di San Pantaleone si era recata in visita in Vaticano, interagendo a lungo col papa in Aula Nervi. Per questo, anche alla luce della canonizzazione di quel pontefice, ha quasi assunto il rilievo di una reliquia, o comunque di un oggetto caro al sentimento religioso locale.
La “Peregrinatio” del 1988: una tappa
(foto Fam. B. Pinto)
Dicembre 1987: l’Arciconfraternita “S. Pantaleone” dal Papa
(foto Fam. Sansone)
Diversamente da quella di quasi quarant’anni fa, la Peregrinatio di quest’anno ha avuto come tappe i luoghi di cura e di detenzione (la Clinica “Cobellis”, l’Ospedale “S. Luca”, la Casa Circondariale di Vallo), cioè quei luoghi dove la sofferenza apre – o dovrebbe aprire – alla speranza. Quelle tappe sono state altrettante opere di misericordia e – come ci ricorda il papa nella bolla citata – “le opere di misericordia sono anche opere di speranza, che risvegliano nei cuori sentimenti di gratitudine” (n. 11). D’altronde, lo stesso documento ci invita per l’anno giubilare ad “essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio”, primi fra tutti i detenuti e gli ammalati.
La “Peregrinatio” del 2025: tappa alla Casa di cura “Cobellis”
E arriviamo al 27, anzi fermiamoci un attimo al giorno prima, quando, alla vigilia della festa vallese e diocesana di San Pantaleone, la preziosa icona mariana è stata accolta – dopo una breve ma sentita processione – nella cattedrale dalla quale mancava da ben 70 anni. Le cronache locali raccontano, infatti, che nel 1955 – per i restauri della chiesa di S. Maria, in vista della sua nuova funzione di parrocchia – la festa del 2 luglio si svolse tutta in cattedrale. A raccontarlo è lo stesso parroco del tempo, don Fulvio Parente, che sul bollettino parrocchiale di quel mese scrive: “La festa della Madonna delle grazie si è svolta quest’anno in Cattedrale a causa dei lavori alla chiesa di S. Maria. Il triduo e il panegirico è stato tenuto dal francescano P. Antonio Forte. Numerosi fedeli si sono avvicinati alla S. Comunione e il giorno 2 è stato un continuo pellegrinaggio per venerare la prodigiosa immagine di Maria”.
Quella dovette essere la prima volta in due secoli di storia dell’edificio sacro che la statua vi entrasse, mentre la “visita” del mezzo busto argenteo del Protettore al santuario mariano avveniva già con regolarità ad ogni “Decennio”. Ma quell’anno non ci fu processione e, a fine mese, la Madonna non partecipò a quella del Patrono.
La processione mariana del 26 luglio


Ecco, dunque, che la novità di questo 2025 è diventata un unicum nella storia locale e la processione del 27 luglio ha assunto il significato di segno giubilare. Attesa da mesi, essa è stata uno spettacolo superbo che ha moltiplicato – se possibile – la solennità che le è propria e la capacità di suggestione che tutti le riconoscono normalmente.
Il corteo, più lungo del solito, sembrava non finire mai. Ad allungarlo per l’occasione, infatti, numerose confraternite diocesane, l’aggiunta di un nuovo santo – l’ottocentesca statua dell’abate Filadelfo di Pattano (quindi “nuovo” in senso lato, trattandosi di un culto antico e di un’opera più che secolare) – e soprattutto la presenza della pregevole opera lignea cinquecentesca della Madonna delle Grazie, questa volta come non mai in funzione – lo ripetiamo – di “Madre della Speranza”.
Quest’ultima presenza ha necessariamente dato una curvatura mariana alla manifestazione, oscurando un po’ la tradizionale centralità del festeggiato. Intendiamoci! Nessuno ha dimenticato, né ridimensionato il nostro Pantaleone – si era pur sempre nel giorno del suo martirio –, ma bisognava cedere il passo a quella presenza unica, farlo per cavalleria, per onore, per rispetto della sua maternità, se non proprio per una pura questione di gerarchia (celeste e terrena). Il Protettore, però, precedendo immediatamente Maria, era visibilmente il primo dei santi a farle corona, il primo a indicarla a tutti gli altri come Madre e Regina, evidenziandosi da ciò quel ruolo di Patrono della comunità vallese (e dei suoi numerosi culti lì presenti) che la Madonna – lì dietro, a poca distanza – sembrava confermargli benignamente.
Tutta la Vallo in festa ha visto così sfilare i “suoi” santi, potendo invocarli come in una sorta di rosario celeste e chiamarli per nome al loro passaggio, individuando anche quelli più innamorati di Maria, a partire ovviamente dal suo sposo Giuseppe per arrivare ai grandi Dottori della Chiesa Agostino d’Ippona e Antonio da Padova, passando per Filippo Neri e Gaetano da Thiene, ai quali la Vergine apparve insieme al Figlio. Tutti i santi hanno avuto in genere, anche se in misura diversa, una certa devozione mariana, un rapporto più intimo e profondo è attribuito però a quelli rappresentati col Bambino tra le braccia, spesso consegnato loro – in visioni, apparizioni e altri momenti mistici – dalla stessa Madre.
I santi “mariani”






Snodandosi a lungo per le strade e le piazze cittadine, quello spettacolo itinerante di fede, di storia, di arte sacra, di cultura popolare che è la processione di San Pantaleone, che è sempre più percepita nella molteplicità dei suoi significati e dei suoi valori simbolici, si è articolato anche attraverso le quattro soste tradizionali. Esse non sono solo occasioni per far riposare i portatori delle statue, ma hanno una funzione nell’economia complessiva del corteo.
La prima fermata sui portici è uno spettacolo, con tutti i santi allineati e al loro centro il Patrono (affiancato quest’anno, naturalmente, dalla Madonna), a benedire insieme al vescovo (e quest’anno ce n’erano due, con Calvosa anche mons. Cerrato, emerito di Ivrea) la piazza sottostante.
La seconda, all’Ospedale “S. Luca” è doverosa, esprimendo quella visita agli ammalati che è un’opera di misericordia e – da ora lo sappiamo – “di speranza”, come ci insegna la bolla di indizione del Giubileo. La terza è forse quella più legata alla tradizione, perché sostare allo Spio, poggiando le statue sul caratteristico “muro ru mandrone”, significa da sempre far visita col Patrono all’antico quartiere (un tempo casale) e rendere onore ai suoi abitanti e ai loro culti. È un po’ come rinnovare quel patto di unione che, agli inizi dell’Ottocento, fece di Corinoti e Spio l’attuale Vallo. Infine, quella di più recente istituzione in piazza S. Caterina, vero momento terminale della processione ed occasione per saluti, ringraziamenti e foto celebrative; un modo per dare l’arrivederci all’anno prossimo.
I santi martiri: “testimoni della speranza”
La processione del 28 – l’ultima delle cinque messe in calendario quest’anno – con la quale si è riaccompagnata l’immagine della Madonna delle Grazie nel suo santuario, ha ricalcato un po’ quella di due giorni prima, con la sorpresa del suo breve prolungamento fino ai giardini e l’immancabile aggiunta di un sentimento di malinconia misto a nostalgia tipico di ciò che sta per chiudersi, del giorno dopo la festa, di uno spettacolo che sta per spegnere le sue luci più brillanti.
Momenti della processione del 27 luglio
Ma il vero atto conclusivo di questa estate giubilare lo abbiamo vissuto il successivo 14 agosto, quando il programma prevedeva la reposizione della statua di Maria. Cerimonia uguale e contraria a quella di giugno. D’apertura quest’ultima, di chiusura la prima ma anche di bilancio e di speranza.
Infatti, quanti erano in chiesa quella sera hanno visto, nel progressivo percorso di ricollocazione dell’immagine mariana al suo posto al centro della parete di fondo del presbiterio, un rito che richiamava i tanti momenti vissuti nei precedenti due mesi, che conteneva tutte le preghiere, le invocazioni, le emozioni (e le lacrime) provate, pronunciate, versate in quel tempo di grazia. E quando la nicchia finalmente si è chiusa, quello non era un “addio” ma solo un “arrivederci”.
Fra tre anni ricorrerà il 14° “Decennio”, che è un po’ il nostro “giubileo mariano”; e allora la speranza di tutti è stata, ed è, quella di esserci con uguale impegno e fede. Per il prossimo Giubileo ordinario dovremo invece attendere il 2050, arrivarci però è impresa più ardua per tutti e ciascuno, quella sera, avrà fatto i suoi conti anagrafici. Se nulla è impossibile in tema di fede, siamo tutti schiavi del tempo. Se sperare si può, anzi si deve, pretendere di esserci ancora è forse peccato d’orgoglio (o di egoismo). D’altronde, se non saremo in chiesa in quel lontano futuro, vorrà dire che potremmo essere al cospetto non dell’immagine ma della vera Maria, godendo di una presenza non più simbolica e limitata ma eterna e concreta.
14 agosto: la reposizione della statua
Intanto, è più agevole per tutti puntare al 2033, quando si ricorderanno i due millenni della storia cristiana con un apposito anno giubilare, già richiamato dalla bolla di papa Francesco per il quale questo Anno santo della speranza “orienterà il cammino verso un’altra ricorrenza fondamentale per tutti i cristiani: nel 2033, infatti, si celebreranno i duemila anni della Redenzione compiuta attraverso la passione, morte e risurrezione del Signore Gesù” (n. 6).
Mancano solo otto anni, ma ai più impazienti si può ricordare che ogni anno abbiamo l’occasione di rinnovare la nostra fede – e anche la voglia di far festa – con le celebrazioni in onore di San Pantaleone, testimone eccelso di quella speranza che non muore.





























