Nella parte a sud di Piazza Vittorio Emanuele, si erge la chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie. Vero e proprio santuario cittadino, non si esagera a definirla uno dei monumenti più significativi di Vallo, nel quale si incontrano e si fondono la lunga tradizione spirituale legata al culto mariano e la non meno lunga storia artistica e culturale locale.
Nata dal progressivo ampliamento nel corso del Quattro-Cinquecento dell’antico Oratorio eretto dalla confraternita laicale di S. Maria delle Grazie circa un secolo prima (probabilmente negli anni attorno all’istituzione della festa della Madonna delle Grazie avvenuta nel 1389), la chiesa fu donata nel 1507 al Capitolo Vaticano, conservando la congrega il diritto a officiarla, e, in seguito, nel 1569 ceduta ai Padri Predicatori di S. Domenico Maggiore in Napoli. Questi costruirono l’adiacente convento, completato già nel 1573, e rimasero nella struttura fino al 1809, anno in cui il convento fu soppresso dal governo francese insediatosi a Napoli e la chiesa posta sotto la giurisdizione dell’ordinario diocesano.
Gli oltre due secoli della permanenza domenicana a Vallo si caratterizzarono sia per lo zelo apostolico dei frati – che consentì alla chiesa di accumulare una gran quantità di beni fondiari – sia per il continuo scontro con il clero dell’unica parrocchia esistente allora e che i due casali avevano in comune: quella di S. Pantaleone. Da un lato, i Domenicani volevano rendersi autonomi da quel clero, dall’altro, parroco e preti della ricettizia intitolata al santo martire non intendevano consentire alla chiesa officiata dai frati di assumere funzioni parrocchiali. A tirare le fila della situazione, da entrambe le parti, le famiglie più abbienti dei due casali in difesa dei rispettivi patrimoni e delle prerogative accumulate nel tempo. Il culmine dello scontro si ebbe nella prima metà del Settecento, quando i Domenicani si opposero con successo alla costruzione nella piazza principale della nuova chiesa di S. Pantaleone, costringendo così i vallesi a erigerla nelle adiacenze della vecchia cappella e, quindi, in uno spazio molto più angusto che ne condizionò dimensioni e sviluppo.
Dal 1840 al 1865, il complesso (chiesa e convento) fu gestito dai Redentoristi, l’Ordine fondato da S. Alfonso de’ Liguori. In seguito, fu trasferito al Comune che, del convento, acquisiva la proprietà, impiantandovi il tribunale (rimastovi fino alla sua soppressione del 1923) e il municipio (fino al 1880 circa, quando fu realizzato l’attuale edificio in piazza), e, della chiesa, il diritto d’uso con l’obbligo di sostenere le spese di culto, ufficiatura e manutenzione.

La lunga e complessa storia dell’edificio sacro si riflette nei suoi interni, sia negli arredi liturgici che in quelli artistici. Al visitatore, si presenta articolata in tre navate, la più ampia è quella centrale mentre le laterali sono occupate dagli antichi altari (o cappelle) di patronato, eretti nel corso dei secoli dalle famiglie più in vista dei casali di Cornuti e Spio.
La presenza dei Domenicani e dei Liguorini (nome popolare dei Redentoristi) è resa evidente dalle statue di San Domenico (di fine XVI-inizi XVII secolo), finemente decorata con la tecnica dell’estofado de oro (la statua viene portata in chiesa solo a luglio, per prepararla alla processione del 27, giorno del santo patrono; ma un tempo aveva la sua nicchia. La si può osservare nei nostri articoli San Pantaleone 2022: la processione reale, dell’agosto 2022, e San Pantaleone 2021: una processione virtuale, dell’anno prima); di San Vincenzo Ferrer (del 1640 circa, firmata da Domenico di Venuta, un maestro della scuola di Giacomo Colombo), posta sull’altare dedicato all’omonimo santo dove si osserva anche una tela settecentesca dallo stesso soggetto; e di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (un manichino ottocentesco molto espressivo ma, probabilmente, di scarso valore artistico), collocata in un’apposita nicchia della navata destra.
Ma l’opera più importante è la statua lignea della Madonna delle Grazie posta nella nicchia che occupa la parete di fondo del presbiterio, in bell’evidenza sopra all’altare maggiore. Risale al 1521, come riportato dall’iscrizione alla sua base, ed è un lavoro raffinato di Giovanni da Nola (1488-1558) e della sua bottega (attribuzione di Riccardo Naldi), tra gli scultori più importanti del Rinascimento italiano ed internazionale, attivo soprattutto a Napoli e anche nel Salernitano. La sua presenza è probabilmente frutto di una committenza di alto profilo, forse dello stesso Capitolo Vaticano (il cui stemma in marmo può ancora osservarsi a lato della porta della sagrestia).
La Vergine è rappresentata come Galaktotrofousa, cioè a seno scoperto e in procinto di allattare il Bambino (o dopo averlo appena fatto), il quale con la mano sinistra regge una sfera simbolo del mondo mentre con la destra tocca quel seno a indicare ai fedeli il latte della grazia di cui Egli stesso si nutre. L’iconografia è quella tipica delle Madonne con quel titolo, qui interpretata con risultati estetici di grande rilievo.
L’immagine, incoronata nel 1788, è profondamente legata alla tradizione religiosa locale e viene portata in processione solo ogni dieci anni (o in occasioni speciali, come il Giubileo dello scorso anno), in ricordo dell’evento settecentesco e del suo primo centenario celebrato con solennità nel 1888 (della statua e della sua storia abbiamo parlato nell’articolo Madonna delle Grazie 2022: un “quasi Decennio” a Vallo).



La cappella più importante è in fondo alla navata destra. Voluta dalla famiglia Pinto nel 1530, ospita un polittico pittorico dello stesso periodo, a lungo attribuito ad Andrea Sabatini, detto anche Andrea da Salerno (L. Accardi, G. Kalby), pittore raffaellesco di fine Quattro-inizi Cinquecento (per alcuni suo allievo), e in seguito assegnato a un non meglio identificato “Maestro di Vallo della Lucania” (A. D’Aniello, F. Abbate), nome convenzionale con cui si indica un autore attivo soprattutto in ambito diocesano. In ogni caso, si tratta di un artista che ha subito l’influenza di Sabatini e, attraverso lui, di Raffaello, forse napoletano o formatosi a Napoli. Dunque, per dirla col Maiese, “è opera senza dubbio della rinascenza”.

I sei quadri rappresentano, in basso e al centro, una Madonna con Bambino (che sembra richiamare la “Madonna del Pesce” di Raffaello) con ai lati S. Antonio da Padova (a destra di chi guarda) e S. Pantaleone di Nicomedia (a sinistra); in alto e al centro, una Crocifissione con ai lati S. Gennaro (a destra) e S. Domenico di Guzmàn (a sinistra). Le attribuzioni dei santi non paiono tutte certe. Ad esempio, quello in alto a sinistra potrebbe essere un santo cistercense, visto l’abito, forse S. Bernardo di Chiaravalle. Oppure più antico, come S. Leonardo di Limoges, viste le catene che tiene nella mano destra quale attributo iconografico volto a indicare il suo protettorato su carcerati e prigionieri (santo il cui culto è attestato in zona). Mentre, secondo il can. Maiese, quello in basso a sinistra sarebbe S. Luca Evangelista, come scrive nei suoi appunti del 1911 pubblicati nel 2016. Anche lui un medico, secondo la tradizione derivata dalle Lettere di S. Paolo, come il santo di Nicomedia (e quindi, anche in questo caso, sarebbe giustificata la presenza degli strumenti dell’arte medica: il caduceo e il vaso con gli unguenti). Ma è più facile, oltre ad apparire più logico, che sia il martire orientale, visto il rosso del mantello e il suo patronato sull’antico casale dei Cornuti (il che significherebbe che si tratta della sua raffigurazione più antica ancora esistente a Vallo); e soprattutto il committente.
A completare l’opera vi è, alla sua base, una predella divisa in tre riquadri dipinti in cui sono raffigurati il Cristo benedicente con S. Paolo e undici Apostoli (probabilmente, l’autore non ha rappresentato Mattia, il sostituto del Traditore).
Il polittico è un capolavoro sia per la qualità complessiva dei dipinti (soprattutto di quella Madonna che a noi profani sembra uscita dalla mano del maestro urbinate, e che fa aleggiare sull’intero manufatto un etereo spirito rinascimentale), sia per quella dei materiali utilizzati a formare la cornice che racchiude i quadri (legno dorato con decorazioni). E non poteva essere diversamente, se a commissionarne l’esecuzione furono gli esponenti di quella famiglia Pinto appena arrivata in paese e che avevano eretto, quasi di fronte alla chiesa mariana, il loro sontuoso palazzo. D’altronde, lo stemma del casato è riprodotto due volte alla base dell’opera (oltre che in una lastra di marmo sulla parete della cappella), il che sembra non lasciare dubbi sulla committenza e sulla volontà di ostentazione tipica della piccola nobiltà di provincia e della borghesia del denaro e dei traffici intenta a mostrare o a conquistare il suo rango.


Risale invece al XVIII secolo il grande quadro collocato sopra al confessionale lungo la navata sinistra. La tela rappresenta ancora una Madonna che allatta il Bambino, attorniata da angeli e putti e con ai piedi un santo in abiti da frate, S. Francesco di Paola, con i suoi attributi iconografici (il bastone, la folta barba bianca e, soprattutto, la scritta “Charitas” su quella sorta di scudo retto dal putto seduto in basso che rappresenta lo stemma dell’Ordine dei Minimi da lui fondato). L’opera in passato è stata attribuita a Girolamo Santacroce, il grande artista napoletano della prima metà del XVI secolo, col titolo di “Madonna del Monte”. Certamente un errore, di attribuzione e di soggetto, non foss’altro perché il Santacroce fu solo uno scultore. Errore indotto però dalla firma che può leggersi in basso a destra: “G.mo S.ce” (vedi foto qui sotto). Abbreviazione che indica invece Girolamo Starace, pittore attivo a Napoli nel Settecento (1730-94), dallo stile classicista e tra le cui opere famose vi sono alcuni affreschi realizzati alla Reggia di Caserta.
Se il quadro è stato commissionato dai Domenicani che officiavano la chiesa all’epoca, è probabile che il soggetto richiami la Madonna delle Grazie, benché seduta diversamente dall’icona cinquecentesca sull’altare maggiore, e che la scelta del santo di Paola sia dovuta al fatto che lo stesso, alla fine degli anni Trenta di quel secolo, fosse stato proclamato patrono principale del Regno di Napoli. In ultimo, non è improbabile che alla scelta del soggetto abbia contribuito anche il patronato di S. Francesco di Paola voluto da mons. Pietro Raymondi, vescovo di Capaccio dal 1741 al 1768 (il periodo in cui dovrebbe essere stata realizzata l’opera), sulla congregazione di preti diocesani da lui istituita durante il suo episcopato (vi accenna Ebner nel suo celebre “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, p. 222). Appare dunque credibile, come leggiamo nella scheda sull’opera redatta da Roberto Carmine Leardi e pubblicata sull’opera “Ritorno al Cilento”, che la denominazione corretta sia L’apparizione della Vergine delle grazie a san Francesco di Paola.


Ancora al Settecento risalgono i due altari di giuspatronato delle famiglie De Hippolytis (navata sinistra) e Stasi (navata destra), rispettivamente 1757 e 1761, e le tele collocate sugli stessi, almeno per quanto riguarda il “San Giuseppe” dipinto da Andrea De Hippolytis per l’altare di famiglia nel 1758 (come si legge con un po’ di pazienza sul quadro stesso). Il quadro riproduce il più noto San Giuseppe incoronato dal Bambino Gesù retto dalla Vergine dipinto da Luca Giordano attorno al 1685 e oggi esposto nella Basilica di San Domenico Maggiore a Napoli. Incerta è invece l’attribuzione e la data del quadro raffigurante la Madonna del Carmine (con S. Pietro alla sua destra) che si può ammirare su quello degli Stasi (anche se con una pessima illuminazione, che purtroppo riguarda un po’ tutti i dipinti della chiesa).

Parallela alla cappella Pinto, in fondo alla navata sinistra, è collocata la cappella della Madonna del Rosario sul cui altare troviamo la tela raffigurante tale soggetto sacro con le scene dei quindici misteri. Il quadro è probabilmente opera del pittore locale Nicola De Mattia (1759-1831), il quale raffigura la Vergine tra S. Domenico e le due sante domenicane Caterina da Siena e Rosa da Lima. Nella cappella e nel tamburo dell’elegante cupola che la sormonta, sono rappresentate con affreschi scene della vita del fondatore dei Predicatori e della storia dell’Ordine, risalenti probabilmente alla prima metà del XVIII secolo.

Da quanto esposto, risulta evidente che visitare il santuario di S. Maria delle Grazie di Vallo è un’esperienza di fede ma anche un viaggio nell’arte e nella bellezza. D’altronde, le due cose si richiamano vicendevolmente.
I più curiosi possono anche indugiare sui molti stemmi gentilizi presenti sulle cappelle-altari laterali, che purtroppo – ad eccezione di quelli della cappella Pinto – sono in larga misura poco leggibili ma che raccontano della propensione ad ostentare prestigio e ricchezza mostrata per secoli dalle famiglie notabili locali. Molte di esse, inoltre, avevano il diritto alla sepoltura in quell’edificio sacro, come evidenziano le tante lapidi sparse sui muri laterali e che un tempo dovevano occupare il pavimento delle navate minori. Leggere queste lapidi è però ancora più difficile, perché in gran parte consumate, tutte in latino e, soprattutto, coperte da altri arredi liturgici. Infine, assai evidente è anche lo stemma di un vescovo, che negli anni Cinquanta del secolo scorso fece decorare e sistemare la chiesa in vista della sua trasformazione in parrocchia, chiamando l’allora giovane maestro Vito Formisano. Quello stemma e gli interventi di quest’ultimo bisogna cercarli. A chi legge il piacere della scoperta.
(continua)
















