Spesso non vediamo davvero ciò che guardiamo ogni giorno. Gli occhi dell’abitudine tendono a fare velo alle cose quotidiane. Un monumento, un palazzo, una strada nascondono il loro significato a chi li guarda distratto dalle occupazioni e dai problemi giornalieri. A ciò si aggiungono la pigrizia e la falsa convinzione di saperne abbastanza, praticamente tutto per il solo fatto di viverci. E invece, così facendo, diamo per scontate troppe cose, ci creiamo l’alibi che giustifichi la nostra disattenzione e la conseguente mancanza di cura per ciò che ci circonda. Finiamo così per non conoscere il passato e, in sostanza, noi stessi che da esso veniamo.
Dar conto del luogo in cui si vive significa viverci meglio e saperlo raccontare a chi non lo conosce, a chi vorrebbe conoscerlo magari solo per curiosità, a chi ne prova nostalgia perché costretto ad abbandonarlo, a chi ne ha sentito parlare dai genitori o dai nonni ed è alla ricerca delle sue radici, di quelle familiari, di quelle della comunità di antica appartenenza, anche al di là della retorica, degli equivoci e dei potenziali pericoli che si nascondono dietro all’abuso identitario del termine “radici”.
Questo percorso è anche un modo per appropriarsi dei nostri luoghi, per vederli con occhi nuovi, saperli trasmettere a chi verrà nel tempo. E può essere anche un modo per promuoverli, invitare a visitarli, a sceglierli come tappa del proprio viaggio in un Cilento ormai di moda, o come mete esistenziali.
Naturalmente, premessa di tutto ciò è la capacità di provare empatia per il proprio paese, di criticarlo anche ma perché lo si ama e lo si vorrebbe migliore, non per partecipare a quella perenne gara al massacro in cui è sempre notte e la notte è sempre più nera, nella quale siamo maestri da tempo. In fondo, se non l’ama di più e per primo chi ci vive, come si può chiedere agli altri di amare Vallo? Se non l’unico, il principale attrattore di un paese è l’apprezzamento che ne hanno i suoi abitanti (con tutte le conseguenze di comportamento, atteggiamento e disponibilità).
Con questi intenti, proviamo a vedere se convinciamo qualcuno a venire a trovarci o qualche vallese a non andar via, se riusciamo a individuare qualche motivo per cui valga la pena visitare Vallo. Lo facciamo, al solito, con un occhio alla storia (e a volte anche due), con passione e sempre cercando la complicità del lettore, curioso al pari di chi scrive e capace di integrare con nuove conoscenze e migliori acquisizioni quanto di seguito esposto.
Piazza Vittorio Emanuele (‘a chiazza)
Non possiamo che iniziare dal centro, dalla sua splendida piazza maggiore, ampia e raccolta, elegante e popolare, capace di raccontare con uno sguardo la storia dell’intero paese.


Patriotticamente dedicata al re Vittorio Emanuele II, è stata a lungo uno degli spazi in cui si svolgevano le attività legate alla lavorazione delle pelli che hanno fatto la fortuna del paese nel Sei-Settecento, con fosse e “lontroni”, per poi divenire piazza di mercato e salotto della Vallo borghese ottocentesca. Spianata all’inizio di quel secolo, era attraversata da un torrente (chiamato nella prima metà dell’800 “S. Antonio”, “Molinetto” o “Molinello”, come si legge nella cartina della foto 1) con due ponti che mettevano in contatto i casali proprio in quel punto confinanti: Cornuti e Spio.


La stessa piazza nasce, sostanzialmente, dal progressivo incontro dei due casali man mano che vi si costruiscono i palazzi che ne definiscono la forma. Tra questi, due dei più antichi e ancora esistenti: palazzo Tipoldi, già nel XVI secolo uno dei “più sontuosi del paese” a detta del Maiese, e dopo l’Unità sede della Sottoprefettura, e palazzo De Hippolytis (poi Passarelli), costruito nella prima metà del secolo seguente, a lungo sede della caserma dei carabinieri. I due palazzi ora occupano tutto il lato Est della piazza (sopra i portici) nell’assetto architettonico definito nel corso dei secoli che ha inglobato altre strutture.
Altri edifici vi si affacciano, anche nella parte bassa, come il palazzo Campanile (foto 8), di fine Ottocento (ma costruito da un De Hippolytis); il recentemente restaurato palazzo Oricchio (foto 9), con la lapide appostavi nel 1929 in ricordo del martire risorgimentale Bonifacio Oricchio; il palazzo Bocchetti (foto 10), che reca sul monumentale portone d’ingresso la data del 1821; il settecentesco palazzo Valiante (foto 11), il primo che si incontra sul lato destro venendo da corso De Mattia; e, sull’altro versante, il palazzo Lettieri (foto 12), degli anni Trenta del Novecento, voluto dal professor Raffaele Lettieri, titolare dell’omonima clinica, in cui fu allestito il primo Cinema-Teatro vallese; il palazzo dell’Istituto Pinto (foto 13), della seconda metà degli anni Venti del secolo scorso, voluto dal can. Alfredo Pinto per le sue opere benefiche.

La copertura del torrente, avvenuta in due fasi nel corso della seconda metà del XIX secolo, sancisce la definitiva realizzazione della piazza pubblica nelle dimensioni e nelle forme in larga misura simili alle attuali. Ma è soprattutto la sostituzione del muro di sostegno del terrapieno davanti ai palazzi De Hippolytis e Tipoldi (foto 2) con il porticato ancora oggi esistente a dare il suo volto elegante e funzionale alla piazza. I portici, realizzati tra il 1888 e il 1889, sono formati da 37 colonne (più due ai lati) di pietra arenaria locale abilmente lavorata da scalpellini della zona (se non vallesi, cilentani). La struttura è completata dai numerosi locali adibiti a negozi con attività commerciali ed artigiane che hanno animato la piazza durante tutto il ‘900 (alcuni, come il Bar “Biondo”, divenuti storici).
I portici ieri e oggi


Pressappoco negli stessi anni, viene eretto il Municipio proprio là dove passava il torrente e nei pressi di uno dei ponti che consentivano di superarlo (si osservi ancora la cartina della foto 1), mentre nel 1887 viene lastricato il tratto di strada che l’attraversa. Sono questi forse i momenti simbolici più importanti che fanno di quello spazio multifunzionale la piazza centrale della cittadina borghese, attenta a mostrare la sua fedeltà patriottica come attesta la nuova denominazione al “re galantuomo” ad essa conferita in questi anni.
Oggi, piazza Vittorio Emanuele è il luogo d’incontro dei vallesi e di quanti affluiscono nella, e frequentano la, cittadina, lo snodo delle attività locali, la sede della vita amministrativa, uno spazio aperto per giovani e non, il luogo dove si incentrano le feste locali, prime fra tutte quelle patronali estive. Purtroppo, i palazzi che la contornano sono in gran parte disabitati, tristemente vuoti, sempre meno in grado di raccontare quella storia più volte secolare che la loro stessa presenza ancora rappresenta.


Gustare un caffè nei numerosi locali che la animano da qualche tempo rimane, però, un’occasione da non perdere per entrare in contatto con una storia che letteralmente ti circonda. Basta poco, infatti, per tornare a udire lo scrosciare del torrente ormai coperto o il rumore dei mulini collocati sulle sue sponde e degli artigiani che vi lavoravano, il vociare dei bambini che si affollavano dinanzi al portone d’ingresso dell’Istituto Pinto attesi e accolti dalle materne (e a volte arcigne) Suore d’Ivrea o il canto del popolo e le preghiere del clero di quell’8 giugno 1788 quando, proprio sul palco allestito davanti al palazzo De Hippolytis, il vescovo Angelo Maria Zuccari incoronò la statua della Madonna delle Grazie, sancendo la forza di quel culto ma soprattutto il raggiunto status di cittadina borghese per una Vallo che da lì a poco sarebbe stata unificata sotto le insegne di un solo Comune.



Qualcuno non più verde negli anni ricorderà anche il chiosco per i gelati dei Ruocco, aperto a metà circa degli anni Cinquanta dello scorso secolo (foto 20) e che rappresentava la voglia di rinascere del paese; quello per i giornali della signora Stifano (foto 22), quando i giornali cartacei ancora si vendevano; le due pompe di benzina poco sotto al monumento ai caduti e, non ultimo, il mercato domenicale che vivacizzava lo spazio tutt’attorno alla grande vasca centrale (foto 21). Anche questi ricordi ormai sono storia, appartengono a quel passato che vive grazie a quanti hanno cura di non farli cadere nell’oblio.
(continua)










Una meraviglia! Complimenti di cuore!
Quanti gelati gustati con le amiche nel chiosco Ruocco in piazza.
Poi gustati camminando per la piazza.
Ricordo il negozio delle delizie per me dove mi fermavo a comprare piccole leccornie.
Ma le nostalgie servono per dare valore e significato ,purtroppo Vallo non ha saputo valorizzare e continuare ad avere la vetrina più adeguata al territorio. Parlo del Museo delle erbe e Vallo sede delParco non ha voluto né compreso il valore di quel piccolo,delizioso pol erbe a volte,luogo dove era Pasquale a dare voce alla straordinaria vegetazione del territorio-Parco del Cilento.